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DOMENICA DI PASQUA (GV 20,1-9)

Domenicane di Santa Maria del Rosario » Gv 20, 1-9

 

LA CERTEZZA DELLA VITTORIA FINALE DELLA VITA SULLA MORTE

La Pasqua è la festa della centralità di Cristo nella nostra vita. È l’occasione nella quale dobbiamo riflettere su tutte le volte che non abbiamo posto Cristo al centro dei nostri pensieri, interessi ed azioni.

Pasqua significa “passare oltre”. È la festa dei pastori nomadi che, nella notte del plenilunio di primavera, partivano alla ricerca dei pascoli estivi. Agli ebrei ricorda il passaggio dalla schiavitù dell’Egitto alla liberazione della terra promessa. Per noi cristiani è il passaggio di Gesù dalla morte nel sepolcro alla vita nuova nella risurrezione. La nostra Pasqua è il nostro passaggio dal peccato alla grazia, dall’egoismo all’amore di Dio e del prossimo.

Nel vangelo di Giovanni leggiamo che la pietra è stata tolta dal sepolcro, i teli posati a terra e il sudario avvolto in un luogo a parte: i segni di morte, che le donne e i discepoli andavano a cercare, sono accantonati, hanno perso la loro utilità.

Se quella pietra chiudesse ancora il sepolcro di Gesù, allora anche la nostra vita sarebbe destinata a rimanere per sempre schiacciata da una pietra; allora non vi sarebbe più speranza dopo la morte e i nostri desideri, sogni, progetti, le nostre gioie e le nostre sofferenze... tutto sarebbe inutile, perché andrebbe a finire sotto la pietra. Allora gli animali sarebbero più fortunati di noi, perché loro almeno vivono senza porsi le domande esistenziali che invece assillano la nostra esistenza.

Se quei teli avvolgessero ancora il corpo di Gesù, allora anche il nostro corpo sarebbe destinato alla polvere; il suo esito sarebbe la dissoluzione, il ritorno al ciclo della natura. Allora tutte le relazioni che abbiamo vissuto nel nostro corpo, tutti i germi di amore che abbiamo espresso, svanirebbero nel nulla; sarebbe stato indifferenze avere amato oppure odiato, perché l’approdo finale sarebbe lo stesso per tutti: il nulla eterno.

Ma ecco la buona notizia della Pasqua: la pietra, i teli, il sudario non servono più a nulla. I segni di morte hanno perso la loro funzione e sono ormai destinati solo ad essere messi da parte. Certo nella nostra esistenza concreta questi segni continuano ad agire, e li vediamo: nella morte delle persone care, che costituisce una ferita spesso sanguinante; nel fallimento di alcune relazioni e nell’esperienza del tradimento degli affetti, che spesso sono morti paragonabili alla morte fisica; nel deperimento del nostro corpo, che sperimentiamo come inevitabile e progressivo. Che cosa significa allora che i segni di morte sono stati messi da parte?

Significa che Cristo, con la sua risurrezione, ha inserito in questa esistenza la certezza della vittoria finale della vita sulla morte, dell’amore sull’odio. E questa certezza – il nucleo stesso della fede cristiana – ha valore oggi, non semplicemente alla fine della vita: credere o meno che la morte è un passaggio e non la fine, cambia ora l’esistenza, perché la sottrae al non senso, alla convinzione che la vita terrena è un lento camminare verso il nulla. Buona Pasqua.

DOMENICA DELLE PALME (MT 26,14- 27,66)

Ingresso a Gerusalemme - Wikipedia

«L’AMORE È UN ALTO GRIDO»

«Elì, Elì, lemà sabachthàni?» - «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Il terribile grido di Gesù poco prima di morire in croce, ispirato al salmo 22 - preghiera di un giusto perseguitato e salvato da Dio - rivela in tutta la sua tragicità il dramma della passione. Il grido rompe un lungo silenzio. Qualche ora prima infatti Gesù non aveva risposto nulla al sommo sacerdote Caifa che lo interrogava. Gesù, sottolinea con una certa insistenza l’evangelista, «taceva» (Mt 26,63). E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani «non rispondeva nulla». Anche a Pilato «non rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore» (Mt 27,12-14).

Dopo aver rapidamente ricordato il cammino verso il Calvario e la crocifissione, Matteo riporta le derisioni e gli insulti. Tutti si accaniscono a sottolineare l’impotenza alla quale quest’uomo è ridotto. Sono sempre gli stessi attori del momento della condanna: sacerdoti, scribi, anziani e folla anonima; sotto la croce anche i passanti e accanto a lui i due ladroni.

Gesù è completamente abbandonato e non può fare altro che gridare: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato». Sono le uniche parole di Gesù in croce nel vangelo di Matteo, l’unico momento nel quale Gesù si rivolge direttamente al Padre dopo la preghiera al Getsemani. Poi Gesù muore avvolto nel silenzio e senza aver ricevuto alcuna risposta dal cielo. Dio tace e Gesù muore con i suoi laceranti interrogativi.

A noi lettori di oggi, che conosciamo l’esito finale e sappiamo che Gesù è risuscitato dai morti, è quasi impossibile cogliere lo straziante senso di abbandono e di scoramento espresso da questo grido. Spesso dimentichiamo che i primi discepoli hanno vissuto la passione in tutt’altro modo e sono stati assaliti da terribili dubbi. Per essi la morte di Gesù in croce fu un momento di profondo sconforto e disorientamento. I loro sogni e le loro speranze andarono in frantumi. La conclusione era palese: ha fallito perché è finito nell’ignominia e nell’infamia, come i più deprecabili criminali.

I discepoli hanno però trovato nell’Antico Testamento e nella tradizione giudaica tardiva una figura che ha permesso loro di intravedere un barlume di speranza e, anche, di poter capire meglio il significato della passione di Gesù. Si tratta della figura del “giusto sofferente”, perseguitato ingiustamente e che Dio, alla fine, ristabilisce nei suoi diritti di fronte ai suoi avversari. Questa risposta divina, secondo il primo evangelista, la troviamo prima nei fenomeni cosmici, come il terremoto, che accompagnano la morte di Gesù, poi nella scena finale del vangelo (Mt 28,16-20).

Al lettore non può comunque sfuggire l’intensità di questo grido, che, al di là, di ogni precisa domanda, rappresenta il bisogno dell’umanità di gridare verso Dio. Questo grido Gesù lo lancia per sé e per noi. In lui ogni grido dell’uomo è il grido del Figlio verso il Padre. È per questo che l’Imitazione di Cristo riassume così il mistero: «L’amore è un alto grido».

V DOMENICA DI QUARESIMA (GV 11,1-45)

Vangelo Secondo Giovanni (Gv 11, 1-45) - Oratorio Don Bosco di Figline  Valdarno

«IO SONO LA RISURREZIONE E LA VITA»

La liturgia della Parola della V domenica di Quaresima ci mette di fronte a uno dei testi più commoventi del Nuovo Testamento: il racconto della risurrezione di Lazzaro. Un racconto così dinamico, drammatico e coinvolgente, che è impossibile restare impassibili o insensibili di fronte ad esso. Sono molti gli aspetti che si potrebbero sottolineare; forse qui è utile considerare i due diversi atteggiamenti delle sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, che rimproverano a Gesù che il loro fratello non sarebbe morto se egli fosse stato presente.

Esse personificano due atteggiamenti possibili di fronte alla prova della morte. Marta, appena sente che sta venendo Gesù, gli va incontro. Di Maria l’evangelista dice semplicemente che se ne stava seduta in casa.

La richiesta da parte di Gesù nei confronti di Marta è che essa non si lasci chiudere l’orizzonte dalla morte fisica, ma apra gli occhi di fronte a colui che è fonte della vita. Gesù la provoca perché riconsideri il suo modo di confrontarsi con la morte e perché mantenga viva la sua fede: «chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno». Da qui l’interrogativo: «Credi tu questo?». Marta gli risponde: «Sì, Signore, ho creduto e continuo a credere che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». Siamo all’apice del cammino di fede di Marta, una fede viva e costante. Dal momento che continua a credere, Marta sta già sperimentando in se stessa la vita che non avrà più fine.

Dopo aver fatto il suo cammino di fede, Marta diventa annunciatrice della bella notizia della fede per sua sorella; va di nascosto a chiamare Maria, la quale si alza in fretta, accompagnata dai giudei, e corre incontro a Gesù. Di fronte a lui ha innanzitutto un atteggiamento adorante: «si prostrò ai suoi piedi». Maria non aggiunge nulla. Il suo gesto concreto di fede nella prostrazione contiene già il riconoscimento che Gesù è il Figlio di Dio che deve venire nel mondo. L’annuncio della fede di Marta l’ha completamente afferrata, e si è precipitata ad esprimere la stessa fede con un gesto di adorazione. All’interno di questa fede Maria dà spazio al suo lamento, alla sua debolezza di sorella ferita negli affetti più profondi. E proprio perché il grido del dolore è così intenso non può non toccare anche il cuore di Gesù, il quale «si commuove profondamente» e ridona la vita a Lazzaro.

Attraverso l’itinerario di fede di Marta e Maria si vede dunque che l’intento specifico dell’evangelista è manifestare qual è la vera missione del Figlio di Dio presso gli uomini: la vittoria della morte, l’ultimo nemico. La fede che ci è richiesta non è in Gesù come un grande taumaturgo, ma nel Cristo che è per ciascuno di noi «la risurrezione e la vita».

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (MT 5,17-37)

 

Cosa distrugge il Vangelo?” - Mieac - Movimento di Impegno educativo di A.C.

 

UNA GIUSTIZIA MAGGIORE

Dopo aver parlato dell’irrinunciabile compito dei discepoli, Gesù si presenta come colui che porta la definitiva rivelazione della volontà di Dio. In tale qualità, egli istruisce le folle su quale debba essere il comportamento da tenere nei confronti del prossimo.

In particolare, nella pericope evangelica propostaci dalla liturgia, si possono notare alcune antitesi; tutte cominciano con le parole: «Avete inteso che fu detto»; cioè, vi è stata proposta una certa norma giuridica, vi è stato detto cosa occorre fare per osservare la legge, «ma io vi dico» che tutto questo non è sufficiente. Queste antitesi, come si può notare, sono riassunte molto bene nel v. 20, che può essere considerato il titolo del sermone della montagna e uno dei versetti più importanti di tutto il vangelo di Matteo: «Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli».

Ora, - bisogna riconoscerlo - questa frase di Gesù ci spaventa non poco, perché la giustizia degli scribi e dei farisei era davvero molto grande. Scribi e farisei erano accaniti osservanti della legge, uomini pii e devoti, desiderosi di dare a Dio il giusto e rispettosi nei confronti del prossimo. Ma Gesù dice che ciò non può bastare e attraverso queste antitesi spiega il motivo: non basta «non uccidere», occorre che ogni conflitto non sottragga l’amore dal cuore; non basta «non commettere adulterio», occorre che tutta la sfera della comunione di vita altrui non venga violata in nessun modo; non basta «non giurare il falso», occorre un legame stabile e diretto con la verità, senza il ricorso ad alcuna forma di giuramento.

Parlando di giustizia maggiore Gesù non intende dunque una superiorità nella quantità o nel rigore, ma nella qualità. La vera giustizia, secondo l’evangelista Matteo, è la volontà di Dio. Infatti, l’uomo che non si apre alla potenza di Dio, col solo volersi fare onesto da sé non riesce neppure a raggiungere il limite decente, giusto, di onestà. Ne era convinto S. Agostino il quale diceva: «Chi non ama è privo di motivazioni per osservare i comandamenti».

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (MT 5,13-16)

EVANGELIO DEL DÍA: Mt 5,13-16: Vosotros sois la luz del mundo. | Cursillos  de Cristiandad - Diócesis de Cartagena - Murcia

 

IL SALE DELLA SAPIENZA

Ai discepoli e a tutti i cristiani che continuamente sono tentati di rinunciare alla propria identità e di adattarsi, Gesù affida il compito di essere “sale della terra” e “luce del mondo”.

Prendiamo in considerazione il primo paragone usato da Gesù: “sale della terra”; una metafora - a nostro parere - molto curiosa e coinvolgente. Per gli antichi il sale ha una speciale importanza religiosa: esso infatti è preso come simbolo di durata e di valore, in quanto serve per purificare, per dare sapore al cibo (Gb 6,6) e per conservare. Era ingrediente indispensabile nei sacrifici (Lv 2,13; Ez 43,24); in alcuni testi il sale è simbolo di alleanza o di pace (Nm 18,19; 2Cor 13,5). Il sale è inoltre figura dei valori religiosi e morali, dei quali deve essere ripiena la parola del cristiano (Col 4,6).

Partendo da questa metafora, Gesù formula una domanda a dir poco strana: «se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?». Come immaginare infatti un sale non salato? Può forse esistere un sale che perde il sapore? Certo, il sale raccolto al Mar Morto in Palestina, misto com’era ad altri elementi, poteva divenire facilmente insipido. Ma forse Gesù usa un paradosso, come per il cammello che passa per una cruna di un ago. Come non è possibile che il sale perda il sapore, così non è possibile che il discepolo si snaturi. Il sale – come si può comprendere – è figura dell’intimo valore che caratterizza il discepolo che in nessun modo può privarsene. Non si tratta dunque di divenire sale, ma di essere quello che siamo, mantenendo la nostra identità.

Nel rito del battesimo, fino a prima della riforma, il celebrante metteva in bocca al neonato qualche grano di sale e diceva: «Ricevi il sale della sapienza; ti giovi per la vita eterna». È un rito oggi caduto in disuso, ma che esprimeva bene quell’invito di Gesù ad essere sale. Il rito parlava di “sale della sapienza”. In effetti – scriveva san Giovanni Crisostomo - «quanto devono essere saggi coloro dai quali dipende la salvezza degli altri! Occorre loro una virtù sovrabbondante, in modo da parteciparne i vantaggi anche agli altri uomini. Ebbene se voi non avrete abbastanza virtù per comunicarla anche agli altri, - sembra concludere Gesù, - non ne avrete neppure abbastanza per voi stessi» (Giovanni Crisostomo, In Matth. 15,6s.).

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (MT 5,1-13)

Il discorso della montagna - Guardare la Parola

 

GESÙ SUL MONTE INSEGNA IL “VANGELO DEL REGNO”

«Vedendo le folle – scrive Matteo introducendo la famosa pagina delle Beatitudini – Gesù salì sul monte». E poi prosegue: «si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo…». È un inizio molto solenne: mosso a compassione della folla, il maestro si siede in cattedra; assume cioè una postura tipicamente magisteriale e pronuncia il suo insegnamento circondato dai dodici e dalle folle, che lo seguivano dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano. Ci sembra di intravedere quasi un altro Mosè che sale sul Sinai (Es 19,3.12); ma non passi inosservato che qui il popolo, diversamente da Israele nel deserto, è con Gesù sulla montagna. Ora, la montagna è in Matteo il luogo della preghiera (14,23), delle guarigioni (15,29), della rivelazione (17,1; 28,16) e dell’insegnamento (24,3). Si può dunque ritenere che il monte sul quale Gesù è salito non appartiene semplicemente ai rilievi geografici della Palestina, ma è la montagna per eccellenza, la montagna della rivelazione di Dio. Per la prima volta infatti, dopo le sue affermazioni concise in 3,15 e 4,17, il figlio di Dio annuncerà il suo “vangelo del regno”.

Il vangelo che Gesù annuncia in pienezza su questo monte è la beatitudine, è la gioia indicibile e infinita, che abbraccia, riempie e invade completamente l’uomo. Per otto volte di seguito egli dirà «beati», cioè felici, e tratteggia così l’ideale di ogni discepolo; lo fa mostrando il cammino che porta gioia vera e mettendo in guardia dai cammini sbagliati che impediscono di raggiungerla. Le beatitudini – secondo una felice espressione – sono la Magna Charta di ogni discepolo, perché rappresentano chiari punti di orientamento e hanno una forza profondamente liberatrice: devono essere ancora oggi per ognuno di noi lo specchio limpido e chiaro per la coscienza.

Meditandole con attenzione, ci renderemo conto che esse altro non sono che un ritratto della persona di Gesù di Nazaret. È lui infatti l’unico e vero “Maestro” proprio perché, nella sua esperienza personale, vive compiutamente ciascuna delle beatitudini di cui ha parlato sulla montagna. «È Lui – afferma Gregorio di Nissa - la porzione ed è Colui che ti dona la porzione; rende ricchi ed è Lui stesso la ricchezza; ti indica il tesoro, ed è Lui stesso il tesoro per te» (Gregorio di Nissa, Omelie sulle Beatitudini, Orazione ottava).

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (MT 4,12-23)

Monastero di Bose - “Gesù vide Simone e Andrea”

 

UNO SGUARDO FOLGORANTE

«Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato…». Sembra un versetto molto ovvio quello che dà inizio alla pericope evangelica di questa domenica. In realtà siamo messi di fronte a una realtà molto triste e dolorosa: a Giovanni, profeta inviato da Dio e portatore di speranza, viene chiusa la bocca ed impedito di parlare. Nel destino di quest’uomo, consegnato all’arbitrio di Erode, si annuncia quella che sarà la fine di Gesù. Fin dall’inizio del suo ministero si stendono già le ombre della sua fine. Tutta la sua opera sarà sotto il segno della passione. Tuttavia Dio non si lascia frenare e dopo l’arresto di Giovanni manda il suo Figlio, il quale, venuto nel tempo della pienezza, annuncia ad ogni uomo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Questi semplici accenni ci permettono altresì di considerare tutta la drammaticità del verbo «lo seguirono», riferito ai primi discepoli, i quali ci sono posti davanti come archetipi, modelli di riferimento per tutti coloro che accolgono la parola di Gesù, accettano di cambiare mentalità e si fidano del vangelo del Regno.

Il testo, senza troppi particolari, dice solamente: «Gesù vide due fratelli». Non occorrono parole. Il maestro vede quegli uomini immersi nella loro storia e li penetra in profondità con il suo sguardo: li scopre, li conosce, li mette a nudo di fronte a se stessi, proponendosi come l’esaudimento pieno di ogni loro desiderio: «E disse loro: “venite dietro a me”». Si sostituisce cioè a quella vita che essi cercavano di garantirsi mediante l’esercizio della pesca nel lago. E la loro risposta è immediata: le scelte determinanti di una vita, come si sa, non necessitano di molte parole.

Riguardo alla chiamata di Giacomo e Giovanni, l’evangelista aggiunge un riferimento anche al padre: «lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono», a sottolineare la necessità di rompere determinati legami, sia di ordine economico sia di ordine affettivo, per poter accettare fino in fondo la provocazione della chiamata da parte di Gesù. Ne è ben consapevole il Crisostomo, il quale scrive: «È una obbedienza pronta e perfetta come questa, che Gesù Cristo esige da noi, una obbedienza che esclude ogni ritardo, anche quando vi fossero fortissime ragioni ad ostacolarla… I discepoli credettero che le parole, dalle quali erano stati pescati, avrebbero consentito anche a loro di pescare un giorno gli altri uomini. Questa, infatti, fu la promessa che Gesù fece» (Giovanni Crisostomo, In Matth. 14, 1-2).

 

 

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