Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C (LC 21,5-19) X

 

XXXIII Domenica anno C - Matteo Farina

PERSEVERANTI

  Il tempio di Gerusalemme doveva presentarsi agli occhi dei pellegrini come un edificio grandioso e imponente. Ma di questo tempio Gesù dice: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta», come a ricordare che tutto passa! Di qui la domanda: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Nasce cioè l’ansia di prevedere il futuro, di voler sapere quello che accadrà. Ma non è questo l’atteggiamento giusto: «Badate di non lasciarvi ingannare». L’uomo è portato a cogliere nella storia alcuni segni che preannunciano la fine; e spesso queste esperienze infondono timore, perché rivelano la condizione effimera del mondo. Ma Gesù non vuole terrorizzare nessuno: «prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Bisogna prendere sul serio il tempo presente, viverne le sfide, orientarne i progetti. L’esistenza cristiana non cancella il tempo: vuole piuttosto trasfigurarlo rendendolo portatore della speranza.

Ma non basta: il tempo presente è anche tempo di persecuzione per il credente. I discepoli saranno perseguitati a «causa del nome» di Gesù. Soffriranno, alcuni saranno anche uccisi, non per delle idee o una dottrina, ma per il loro attaccamento e la loro fedeltà alla persona di Gesù; una persona per la quale sono pronti a sacrificare tutto il resto, la loro libertà, anche i legami più cari dell’amicizia e della parentela e perfino la loro stessa vita. L’ottica nella quale essi dovranno porsi è quella del rendere testimonianza.

In situazioni come queste i discepoli devono mantenere la fiducia: «nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Non sembra che sia garantita, con queste parole, l’integrità fisica perché occorre pur fare i conti con la possibilità concreta del martirio. Ma anche questo non sarà per loro una sconfitta, un fallimento. Al contrario «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Era qui che l’evangelista voleva condurci: alla perseveranza, intesa come capacità di rimanere fedeli alla parola di Dio attraverso il tempo che passa.

 

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 20,27-38)

Alla Risurrezione Di Chi Sarà Moglie Dio Non è Dei Morti Ma Dei Viventi;  Perché Tutti Vivono Per Lui. | un messaggio per te

 

FIGLI DELLA RISURREZIONE

            Composto soprattutto da ricche famiglie sacerdotali e di nobili laici, il partito dei sadducei – di scena nel vangelo odierno – concentrava la sua attività nel tempio e nella politica. Rispetto ai farisei, essi erano molto più conservatori e interpretavano diversamente la bibbia, riconoscendo letteralmente solo il Pentateuco, nei cui libri trovavano tutti gli elementi del culto dei quali avevano bisogno. Ora, dal momento che in questi primi cinque libri non si parla mai di risurrezione, di salvezza e di vita eterna, la conseguenza che essi ne traevano era che la vita e la relazione con Dio del credente terminassero con la morte.

            Con loro Gesù affronta una discussione in merito ad una signora che aveva avuto sette mariti. Per un ordine di Mosè, infatti, se un uomo moriva senza figli, il fratello ne avrebbe sposato la vedova dando al fratello una discendenza (cf. Dt 25,5-6). A tale riguardo i sadducei rivolgono a Gesù una domanda che presuppone però una visione piuttosto materiale dell’aldilà: avendo avuto sette mariti, questa donna nella risurrezione di chi sarebbe stata moglie?

            Rispondendo, Gesù contesta l’idea che le condizioni nelle quali gli uomini vivono nel mondo attuale siano le uniche che Dio ha previsto e dice che la condizione d’esistenza nella vita futura è radicalmente diversa: sarà una vita immortale presso Dio. I risorti, di conseguenza, non hanno più bisogno dell’attività sessuale in vista della procreazione. L’immortalità è dunque la caratteristica dell’essere come gli angeli.

            Dopo aver confutato la premessa dei sadducei, Gesù, richiamandosi all’autorità di Mosè, cita un passo del libro dell'Esodo (3,6) quando Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente. Questa citazione, facendo parte del Pentateuco, era riconosciuta come sacra dai sadducei, i quali a questo punto non possono più controbattere. Dicendo di essere il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ed usando il tempo presente, benché questi fossero morti da molto tempo, egli lascia intendere che in un qualche modo essi siano ancora vivi, e quindi siano risorti in Dio.

            La chiave del racconto potrebbe dunque essere questa: chi prende il nome da Dio non muore più. La vita che Dio dona con la risurrezione a coloro che ne ritiene degni non è una semplice continuazione della vita terrena, e neppure un tempo vuoto che si deve riempire con qualche attività, ma è la partecipazione alla vita divina. Ne è profondamente convinto Efrem il Siro il quale scrive: «Folle chi vede che il sonno finisce la mattina, e crede che la morte sia un sonno che dovrà durare in eterno! Se la speranza ravviva i nostri occhi, vedremo ciò che è nascosto: il sonno della morte finirà un mattino. Svanirà il meraviglioso profumo del tesoro della vita nel corpo, nella dimora dell’anima, donde era uscito. Bellissimo sarà il corpo, diletto tempio dello Spirito, rinnovato si muterà nella casa della beata pace. Allora squillerà la tromba sulle sorde arpe: “Svegliatevi, cantate gloria davanti allo Sposo!”» (Carmen Nisib., 70).

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 19,1-10)

Riflessione Vangelo Lc 19,1-10

“ZACCHEO SUL SICOMORO,

NUOVO FRUTTO DELLA NUOVA STAGIONE”

Gesù si trova a Gerico e qui «un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vederlo». Zaccheo è un uomo ricco; ma in quanto esattore delle tasse, appartiene alla categoria di coloro che, secondo la prassi giudaica, sono socialmente disprezzati. Aveva sentito parlare del maestro, ma non lo conosceva veramente. Egli, sottolinea il narratore, cercava di vedere. Con questo semplice accenno Luca ci permette di entrare dentro il cuore di quest’uomo ricco, in cerca del Salvatore. “Cercare”, infatti, è un verbo importante per l’evangelista e può indicare la ricerca della verità, della salute, di un senso nella vita o della salvezza. Zaccheo ha in sé un desiderio fortissimo e, anche se è immerso nella folla ed è piccolo di statura, si mette in movimento e prende l’iniziativa di arrampicarsi su un albero per poter vedere. Uomo della vista, così come della parola, l’evangelista considera il verbo “vedere” una metafora della conoscenza, dell’amore o della fede.

Il desiderio del pubblicano si compie oltre ogni aspettativa: Gesù passa veramente di là, ma non si limita a passare. Alza gli occhi e vede, così come anche Zaccheo aveva sperato di vedere. Si noti: era lui che voleva vedere, ma inaspettatamente si trova ad essere visto. Gesù penetra col suo sguardo all’interno del cuore di quest’uomo e lo conosce nel momento stesso in cui si lascia conoscere. E così Zaccheo - di cui Gesù nella sua onniscienza sovrumana conosce il nome - dovette affrettarsi a scendere. Infatti, «oggi - gli dice Gesù - bisogna che io dimori in casa tua». Il maestro interrompe il suo viaggio verso Gerusalemme per “restare”, per “dimorare” a casa di Zaccheo. E l’“oggi” a cui fa riferimento, è certamente l’oggi del calendario, ma è anche un oggi senza tramonto. Zaccheo prima ancora di aprire la porta della sua casa, non esita ad aprire la porta del suo cuore all’ospite inaspettato. Accoglie il maestro con gioia - dice il testo - perché lì dove arriva il Signore, insieme con lui arriva la vita, insieme con lui arriva la gioia. E così la casa di uomo disprezzato dalla gente diventa la casa della salvezza.

S. Ambrogio esprime tutto ciò con un un’immagine molto bella: «per l’elevatezza della sua fede Zaccheo emerge tra i frutti delle nuove opere, come dall’alto di un albero fecondo... Zaccheo sul sicomoro è il nuovo frutto della nuova stagione» (In Luc., 8, 90).

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 18,9-14)

Il Signore è il mio Pastore non manco di nulla - VANGELO DEL GIORNO 13  MARZO 2021 + Dal Vangelo secondo Luca Lc 18,9-14 Il pubblicano tornò a casa  giustificato, a differenza

L’UMILTÀ CHE OTTIENE IL PERDONO

 

         «Due uomini salirono al tempio per pregare…». Inizia così la celebre parabola lucana che la liturgia ci offre in questa domenica. Si tratta di un fariseo, di uno cioè che è pratico della legge e che è esperto di Scritture, e di un esattore, meglio conosciuto come pubblicano, che nulla sa di leggi e che non conosce i modi con cui rivolgersi a Dio.

            L’evangelista quasi si diverte a descrivere con tratti caricaturali l’atteggiamento del primo: «stando in piedi e parlando a se stesso, pregava così: “O Dio, io ti ringrazio per il fatto che non sono come il resto degli uomini…”». Si noti l’onnipresenza della prima persona, la messa in primo piano di opere che vanno oltre il dovere e il disprezzo generale per il resto dell’umanità, compreso l’esattore. Certamente il fariseo dice il vero e delle cose da lui dette non si deve dubitare poiché compie regolarmente delle ottime azioni. Ma la sua valutazione di esse lo fa cadere in un’ondata di orgoglio spirituale e di ipocrisia: in realtà, così facendo, egli mostra quanto sia compiaciuto di se stesso e dice anche a Dio come debba esserlo di lui.

            Del secondo invece si dice che «tenendosi a distanza, non voleva nemmeno alzare gli occhi al cielo». Nella tradizione biblica, conservare una distanza è preservare la possibilità di un incontro o di un dialogo. Il pubblicano preferisce persino mantenere il suo sguardo abbassato, mentre il tempio è il luogo in cui normalmente, per tradizione, gli occhi sono rivolti in alto per contemplare la gloria di Dio. Non ha vergogna di provare vergogna. L’invocazione, «o Dio», è identica a quella del fariseo, ma il contenuto e l’intensità della preghiera divergono completamente. Le sue parole sono letteralmente: «O Dio, lasciati riconciliare con me peccatore». In questo modo egli riconosce la sua colpa con sincerità, mostra di cercare un grande desiderio di pace con Dio ed è fiducioso nella sua bontà.

            L’epilogo è chiaro: l’unico modo giusto di mettersi dinanzi a Dio è evitare ogni presunzione e arroganza e sentirsi costantemente bisognosi del suo perdono e del suo amore. Non a caso, ha scritto B. Pascal, «la grandezza dell’uomo sta in questo: che egli ha coscienza della propria miseria».

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 17,11-19)

La guarigione dei dieci lebbrosi nell'arte (Lc 17,11-19): un commento di  Micaela Soranzo – La parte buona

LA VERA FEDE CHE DÀ LA SALVEZZA

 

            Gesù sta andando verso la città santa. Attraversa la Galilea e la Samaria ed entra in un villaggio dove gli vengono incontro dieci lebbrosi che si fermano alla distanza che i sani hanno loro imposto. Nella loro emarginazione e impotenza gli chiedono: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Ed egli, pur con uno sguardo improntato a compassione, inaspettatamente li manda lontano da sé. Li invia dai sacerdoti, senza aver fatto nulla - almeno a prima vista - per la loro guarigione. Secondo la legge infatti i sacerdoti erano gli unici a poter dichiarare puro un lebbroso e a reintegrarlo nella sua famiglia. Ora, dice il testo, «accadde che durante il loro cammino furono guariti», in termini biblici “purificati”.

            La seconda parte del racconto dimostrerà che se la loro fede nella parola di Gesù li ha “purificati”, non è stata sufficiente però per “salvarli”. Infatti solo le orecchie del lebbroso samaritano udranno la bella espressione di Gesù: «La tua fede ti ha salvato». Il contrasto è palesemente chiaro: in dieci avevano supplicato e ottenuto soddisfacimento, uno solo tra loro è stato capace di lodare Dio. Si potrebbe dire che, rispetto agli altri nove, solo il samaritano, cioè uno straniero, vede realmente la sua guarigione: il suo vedere, vale a dire, non solo constata la salute fisica ritrovata, ma implica l’apertura della fede. L’aver visto bene non gli fa capire solo che è guarito, ma che ha incontrato la salvezza di Dio. Senza esitare e senza recarsi dai sacerdoti, egli torna (con un’accezione maggiore rispetto al semplice “tornare indietro”) da Gesù, ma, prima di ringraziarlo, loda Dio dal momento che riconosce nella guarigione operata da lui l’agire di Dio. Ciò che i nove fanno davanti al tempio, il samaritano lo fa davanti a Gesù, a ricordare che d’ora in poi la sola via per ringraziare Dio è di andare a Gesù.

            Le domande finali, lungi dal rivolgersi al samaritano per felicitarsi con lui, sono dirette a ciascuno di noi dando vita ad una nuova diagnosi: non più quella della lebbra ma quella della fede stagnante: che cosa ha più valore per noi, il dono o il donatore? Il dono, così il come miracolo, può essere un grande aiuto, ma non basta. La fede invece, quella vera, è sempre accompagnata dalla riconoscenza.

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 17,5-10)

27ª domenica tempo ordinario Lc 17,5-10 - Arcidiocesi di VercelliPOVERI SERVI DI DIO IN CERCA DI FEDE

Coscienti che le loro risorse sono ben poca cosa di fronte all’ampiezza del compito che hanno ricevuto, gli apostoli, nella pericope evangelica odierna, chiedono al Signore: «Aumentaci la fede!». Riconoscono cioè la loro debolezza e chiedono una rinnovata dose di fiducia in Dio. Occorre notare che essi non si tirano indietro né vengono meno ai loro doveri, ma fanno l’unica cosa giusta: dinanzi alla mancanza delle loro forze umane invocano un’unione più profonda con Dio.

Gesù, da parte sua, anziché soddisfare il loro desiderio sembra invece accrescerlo usando un’espressione paradossale: «Se aveste fede quanto un granello di senape…». In altre parole, con l’immagine della senape - seme minuscolo - egli afferma che non ci vuole molto per ottenere meraviglie. Proprio necessario, ai suoi occhi, non è un di più di fede quanto una fede viva e autentica, un briciolo di fede che permette però di realizzare ciò che secondo i criteri umani sarebbe impossibile.

Dopo l’insegnamento sulla forza della fede, Gesù presenta agli apostoli un altro aspetto essenziale del loro rapporto con Dio attraverso la parabola del servo, che si riferisce alla vita quotidiana di un modesto contadino e del suo schiavo, la cui giornata di lavoro non termina nei campi, ma in casa dove ancora deve preparare e servire la cena. La parabola non descrive il comportamento di Dio nei confronti di noi uomini, ma indica in quale posizione l’uomo si trova di fronte a lui: non di pretesa o presunzione ma di piena disponibilità e di sincera gratitudine. È Dio che da senso alla nostra vita e quando viviamo secondo la sua legge non abbiamo alcun motivo di gloriarci.

L’insegnamento della parabola è dunque questo: chi ha fatto bene il suo dovere, non pretenda di accampare particolari diritti al cospetto di Dio; eviti di vantarsi e non faccia confronti con gli altri. Riconosca solamente di aver fatto quanto doveva fare. Ma non dica: «sono un servo inutile», come generalmente si traduce. Ogni lavoro ben fatto infatti è prezioso e utile agli occhi di Dio. Dica piuttosto: «sono un povero servo», o meglio ancora, «sono semplicemente servo».

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 16,19-31)

26ª domenica tempo ordinario Lc 16, 19-31 - Arcidiocesi di VercelliI POVERI, NOSTRI AVVOCATI

La parabola lucana di questa domenica presenta due personaggi di cui è definita la situazione sociale, l’aspetto fisico e il genere di vita: un ricco anonimo che gode dell’abbondanza e dei piaceri e un povero di nome Lazzaro (il cui significato è “Dio aiuta”) che è ammalato e non si può muovere. Malgrado contemporanei e vicini, durante la loro vita i due si ignorano e sembrano non sfiorarsi neppure.

Ma ecco che lì dove solitamente le storie finiscono, cioè nel momento della morte, qui invece la storia ha inizio e inverte i destini dei due uomini. Lazzaro, che giaceva tra la sporcizia della strada ed era in compagnia dei cani, viene portato nel seno di Abramo, mentre l’uomo ricco, che vestiva in modo fine e lussuoso, ora è tra i tormenti ed è circondato dal fuoco. In tale condizione il ricco - che intanto ha perduto un po’ della sua superbia - si rivolge ad Abramo perché siano alleviate le sue pene infernali e perché metta in guardia i suoi cinque fratelli in vita che rischiano la stessa sorte; entrambe le richieste vengono però rifiutate.

Si noti che il ricco non è condannato perché violento ed oppressore, ma semplicemente perché vive da ricco, ignorando il povero. Così come dovrebbero fare ora i suoi fratelli, anche lui avrebbe potuto ascoltare Mosè e i profeti, attraverso i quali Dio ha comunicato la sua volontà, dando delle norme per una vita giusta e retta che tenga conto della responsabilità sociale nei confronti dei poveri. Per il ricco il tempo è ormai scaduto perché ha trascurato la volontà di Dio; ma noi siamo ancora in tempo per renderci conto che la vita terrena non è tutto, che le situazioni attuali possono mutare e che occorre avere un cuore libero e aperto. Scrive infatti Gregorio Magno: «Voi, fratelli, conoscendo la felicità di Lazzaro e la pena del ricco, datevi da fare, cercate degli intermediari e fate in modo che i poveri siano vostri avvocati nel giorno del giudizio. Avete ora molti Lazzari; stanno innanzi alla vostra porta e hanno bisogno di ciò che ogni giorno, dopo che voi vi siete saziati, cade dalla vostra mensa… Ogni giorno, anche senza cercarlo, vediamo un Lazzaro» (Hom., 40, 3 s.10).

 

 

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 16,1-13)

La Parola del giorno dal Vangelo secondo Luca 16,1-8. - La Luce di Maria

SAGGIA SCALTREZZA

Il vangelo odierno - considerato uno dei brani di difficile interpretazione della bibbia che sviluppa il tema dell’uso cristiano della ricchezza - presenta una parabola nota per l’imbarazzo e il disagio che suscita. Come è possibile infatti lodare un amministratore disonesto (letteralmente un “amministratore d’ingiustizia”), che si appropria indebitamente dei beni altrui e si procura amici a spese del padrone?

Uno sguardo più attento permette però di osservare come non la sua ingiustizia viene approvata, bensì la sua astuzia e il suo pronto savoir-faire. Nel momento del bisogno, “parlando con se stesso”, l’amministratore comincia a pensare al proprio futuro considerando le diverse ipotesi possibili. Egli si rende conto della situazione e, senza esitare, agisce prontamente e con risolutezza garantendosi il futuro nel poco tempo rimasto a sua disposizione. Questa sua scaltrezza viene lodata, ma non viene lodato il mezzo ingiusto che egli adotta per assicurarsi il futuro.

Ora, i “figli della luce”, cioè i discepoli di Gesù, possono imparare molto dai figli di questo mondo riguardo ad un’analisi approfondita della situazione, a un’accorta riflessione e a un comportamento conseguente. Anch’essi devono agire con la stessa abilità dell’amministratore perché, senza tentennamenti e attraverso un atteggiamento previdente, abbiano il coraggio di prendere decisioni al momento opportuno e assicurarsi così nel tempo presente il regno di Dio.

Perché l’insegnamento parabolico non rimanga però vago, l’evangelista l’indirizza verso un caso concreto che gli sta particolarmente a cuore: l’uso della ricchezza e la necessità di amministrarla bene. È la scelta fondamentale di Dio, senza compromessi, che detta il comportamento da seguire nell’uso dei beni terreni. La fedeltà o meno nell’uso della ricchezza è in effetti un test efficace della fedeltà a Dio. Chi riconosce Dio come Signore, lo riconosce anche come Signore di tutti i beni materiali e sa di non poter essere egli stesso “padrone” assoluto di questi beni, bensì solo “amministratore”.

«Chi ama il denaro - dice Qoèlet - non è mai sazio di denaro e chi ama la ricchezza non ha mai entrate sufficienti» (5,9), mentre chi serve veramente Dio è libero da mammona, che è la ricchezza “disonesta”, l’accumulo esagerato e mai sazio. Solo il legame con Dio ci fa diventare amministratori fedeli e fidati.

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 15,1-32)

La parabola della pecora perduta, della dracma perduta, del figlio  perduto…e ritrovati (Lc 15,1-32) | nuovozenith

UNA MISERICORDIA CHE URTA I GIUSTI

           

Il capitolo 15 di Luca, che oggi viene proclamato nella liturgia, è conosciuto come il capitolo delle parabole della misericordia. I primi due versetti costituiscono lo sfondo di comprensione di tutte e tre le parabole: una scena di simposio di Gesù con i peccatori. Questo maestro amico dei pubblicani e dei peccatori provoca critiche nell’ambiente dei “giusti”.

Si noti l’accento sull’uno-solo che attraversa le tre parabole: una pecora su cento, una moneta su dieci, un figlio su due. Tutto si concentra intorno a quell’“uno solo” che si perde! Il Dio di Luca è quello che si occupa dell’unico uomo o dell’unica donna che si perde in mezzo a una moltitudine. Forse per questo François Mauriac ha scritto: «Il Dio lucano ci ha insegnato che non dobbiamo irridere il pianto dei bambini!».

Tutto il racconto è coagulato poi attorno al motivo “perdere”/“trovare”: si tratta di una pecora perduta che il pastore cerca “finché non l’abbia ritrovata”, di una moneta perduta che una donna cerca e ritrova, di un figlio che “era perduto ed è stato ritrovato!”. Un altro motivo ricorrente è quello della gioia per il ritrovamento avvenuto; forse è meglio dire della condivisione della gioia. Al v. 6 la reazione del pastore sembra perfino poco realistica: invece di portare la pecora nel deserto dove aveva lasciato le altre 99 convoca amici e vicini (da dove vengono?) per festeggiare, dicendo: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». E così la gioia della donna che ritrova la moneta viene condivisa con le amiche e le vicine.

Ma ciò che più di ogni altro aspetto ci colpisce di questa pagina è il volto di Dio che emerge soprattutto nell’ultima parabola, composta da due scene antitetiche: quella riguardante il figlio minore e quella riguardante il figlio maggiore; il vero perno che unisce le due scene è proprio la figura del padre. Manca la madre in questa famiglia, ma i tratti di Dio sono più femminili che maschili: per descrivere la sua commozione viene utilizzato il verbo splanchizomai, un verbo che evoca le viscere materne, l’utero, la sede dei sentimenti e degli affetti nella mentalità ebraica. Questo padre non solo si commuove, ma pur anziano gli corre incontro, si getta al collo e lo bacia, quasi non lo lascia parlare e gli offre l’abito migliore, l’anello della dignità filiale ritrovata, i calzari dell’uomo libero… Diciamo la verità: un troppo che urterebbe chiunque o, comunque, che urta certamente chi misura gli atteggiamenti con il compasso di un minimo senso di giustizia. Ma proprio qui è il punto: il prodigo rappresenta l’uomo peccatore che non ha niente da offrire, nessuna prestazione da esibire… Il Padre in fondo ha una “giustizia” tutta propria. Questa giustizia si chiama “misericordia”, scandalosa per i “giusti” che di fronte a ciò diventano aggressivi: “questo tuo figlio”; e il padre risponde: “questo tuo fratello”.

Torna alla mente il famoso monologo di Marmeladov in “Delitto e castigo” di Dostoevskij: «E allora Cristo ci dirà: “Venite anche voi, tutti voi, voi beoni, voi fiacchi, voi dissoluti…”. Allora i giusti protesteranno e i prudenti resteranno perplessi: “Ma, Signore, accetti anche loro?”. E il Cristo dirà: “Se li accetto, signori giusti, se li accetto, signori prudenti, lo faccio perché nessuno di loro se ne è mai giudicato degno”. E ci stenderà le mani, ci aprirà le braccia e noi cadremo ai suoi piedi e capiremo tutto. Sì, allora capiremo tutto…».

 

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