Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 14,25-33)

Archivio meditazioni - Discepole del Vangelo

CALCOLARE, RIFLETTERE E SCEGLIERE

           

Il brano del vangelo odierno termina con delle parole sorprendenti, che probabilmente qualcuno di noi vorrebbe tanto addolcire: «chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». Gesù spiega questa affermazione, questa richiesta radicale, con le due parabole che vengono prima e che sono un invito alla riflessione. Con esse egli invita gli uditori a soppesare bene le proprie forze, prima di mettersi alla sua sequela, che rappresenta un ideale molto alto, ma pieno di rischi e di difficoltà. In entrambe le parabole si consiglia, prima di iniziare un’impresa, di verificare attentamente se si hanno i mezzi per portarla a termine, per evitare di doverla lasciare a metà. E così Gesù sembra dirci che la sequela non è fatta per i superficiali, per gli avventati, per coloro che sono forse solo infatuati dalla sua parola. Prima di accingersi a seguirlo occorre “calcolare e riflettere bene”, occorre cioè rinunciare a qualcosa e fare scelte consapevoli. Fino a che uno non rinuncia a niente, non ha ancora scelto; scegliere vuole dire eliminare delle possibilità, prendere una strada e lasciare le altre. 

E a chi desidera seguirlo, il Signore propone di rinunciare praticamente a tutto; bisogna rinunciare al possesso, cioè al diritto di usare e di abusare dei propri averi; e occorre soprattutto accettare la logica della croce!

Ma come se non bastasse, c’è poi nel Vangelo un’altra frase ancora più impegnativa e più dura: «se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Questa espressione non toglie il rispetto e l’obbedienza e l’onore verso i genitori. Vuole dire anzitutto che il rapporto con i genitori o con i figli o con chiunque altro, viene subordinato al rapporto con il Signore. Il criterio ultimo delle scelte diventa dunque Gesù Cristo; Gesù Cristo deve essere messo al di sopra di qualunque altra cosa, al di sopra dei nostri guadagni, ma anche al di sopra di ogni altro impegno, di ogni altro legame. L’affetto per i genitori o figli o amici non può essere il criterio ultimo di scelta; non deve prevalere, in caso di conflitto, sulla volontà del Signore.

Impariamo dunque a dare al Signore tutto noi stessi. E tutto quello che diamo al Signore, il Signore ce lo ridà in cambio, ma trasfigurato, trasformato con la ricchezza dell’amore e dello spirito della fede.

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 14,1.7-14)

XXII Domenica del Tempo Ordinario (C) Commento – Comboni2000 – Spiritualità  e MissioneLEZIONI DI UMILTA’ E CARITA’

           

Nel brano di Luca di oggi Gesù dà lezioni di umiltà e di carità.

Luca è l’unico evangelista a raccontare che Gesù ha accettato gli inviti a pranzo dei farisei. Ma invitare Gesù significa esporsi, perché non è un maestro simile agli altri, prevedibile ed eventualmente manipolabile, del quale già si conoscono il pensiero e il comportamento, è uno che oggi si potrebbe definire “una mina vagante”. Gesù accetta facilmente inviti a pranzo in giorno di sabato presso i farisei perché da tale invito si ripromette un insegnamento. Egli approfitta infatti dell’occasione per rivolgere ai suoi ospiti i rimproveri che stima opportuni, senza però venire meno alle regole della cortesia e della buona educazione.

Gli invitati sono persone convinte di avere diritto ai posti d’onore e Gesù non intende illustrare una semplice regola di buona educazione e di modestia e, tanto meno, suggerire una tecnica raffinata per essere poi invitati a salire più in alto. Anche questa parabola parla del Regno di Dio e la critica di Luca è dura nei confronti di chi cerca per sé i primi posti.

Alla luce degli altri brani di Luca si comprende che la parabola intende colpire non una vanità di superficie, che farebbe soltanto sorridere, ma una presunzione di fondo, convinta, concreta, tale da snaturare il rapporto con Dio e, al tempo stesso, il rapporto con gli uomini. È sempre la solita pretesa di ritenersi giusti, più meritevoli degli altri: un atteggiamento che genera, inevitabilmente, arroganza e differenziazioni; è l’arroganza di presentare a Dio dei bilanci in pareggio e in credito.

Se Gesù colpisce con tanta forza la vanità di chi vuole primeggiare è perché sa che Dio non si comporta in quel modo. Un punto fermo del vangelo è che Dio si manifesta attraverso il “farsi servo”, non il “farsi primo”. Qui va cercato il fondamento che sorregge la parabola trasformandola in una “lieta notizia”: il rapporto che Dio instaura con l’uomo è la chiave di lettura di ogni parabola; è un rapporto di dono, offerta, servizio.

Queste parole di Gesù vanno lette anzitutto alla luce del discorso della montagna al quale certo fanno riferimento: “se amate coloro che vi amano, quale merito ne avete? Anche i peccatori fanno lo stesso”. L’indicazione del vangelo non è quella di proibire le festa tra amici, ma è ancora la sottolineatura dell’intenzione: per che cosa dare una festa? Se è per avere il contraccambio non dare la festa; l’intenzione deve essere quella della gioia, non dell’interesse e allora, forse, si riscopre la gioia dell’incontro, dello stare assieme, della comunione.

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 12,49-57)

XX DOMENICA TEM. ORDINARIO A. C | un messaggio per te

DIO VUOLE LA VERITA’ DELLA NOSTRA VITA

           

            Il vangelo di questa domenica descrive l’atteggiamento di Gesù di fronte alla sua passione. Gesù è teso verso il compimento della sua opera; si sente immerso in un abisso di sofferenza che lo porterà a compiere la sua missione: portare il fuoco, cioè lo Spirito, con la sua forza purificatrice ed innovatrice.

Gesù vorrebbe che questa situazione, questo suo doloroso cammino in purificazione dell’umanità, che percorre per sua libera volontà attraverso la croce, fosse già avvenuto, già passato. Ma anche qui la sua volontà resta sempre subordinata a quella del Padre: “sia fatta la tua, non la mia volontà”.

La sua opera non porta la pace ma la divisione. Con lui ogni uomo dovrà scegliere: gli uni si terranno stretti alle antiche osservanze, fedeli alle prescrizioni della legge, gli altri accoglieranno il rinnovamento nella fedeltà al Cristo. Tali scelte divideranno l’umanità e persino le famiglie e lacereranno ogni coscienza. Il discorso di Gesù è molto duro, prevede una divisione molto radicale tra giusti e ingiusti, santi e peccatori. Un discorso duro ma di grande speranza, una speranza che si può realizzare solo con la radicalità del proprio comportamento di fede.

Il fuoco è un’immagine che riporta all’esperienza dell’Esodo, del roveto ardente che brucia ma non consuma. È questo il fatto eccezionale che attira l’attenzione di Mosè. Il profeta e grande condottiero ha infatti capito che il Signore corregge, non punisce, non distrugge. Quello che vede Mosè non è il Dio di Giovanni con la scure pronta a colpire la radice dell’albero, ma è un Dio che brucia e non consuma, un Dio che purifica ma non castiga. Certo è una purificazione dolorosa perché fatta con il fuoco, ma non distruttiva.

L’incontro con Cristo è un cammino di purificazione. Dio vuole la verità dalla nostra vita e i suoi comandi non sono superbe limitazioni alla nostra libertà, ma guide per la felicità dell’uomo. Non dobbiamo aver paura della fatica della strada stretta, Dio ci aiuta, è il Dio della vita, sempre al nostro fianco, è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio dei vivi, non dei morti.

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 12,32-48)

La Buona Notizia - L'Osservatore Romano

RICCHI PER DIO

Nel brano del vangelo c’è l’esortazione a staccarsi dai beni e donarli effettivamente a coloro che ne hanno bisogno. Ciò renderà più pronti all’incontro con il Signore. Ignorando il tempo della venuta del Signore il discepolo deve mantenersi sempre, vigile, attento e pronto “con la cintura ai fianchi e le lucerne accese”.

Questa immagine è tipica di quel tempo perché il viandante orientale, per camminare più speditamente, cingeva bene ai fianchi la tunica sollevandola alquanto, accendeva la lucerna e camminava nella notte per evitare i calori del giorno.

Ricco per il mondo è colui che nuota nella sua ricchezza, il pagano che mira ad assicurare la sua realtà negli averi (beni e denaro). Ricco per Dio è colui che è aperto alla fiducia che conduce al regno e divide i suoi beni con gli altri: è la condizione dei poveri in spirito. Ricco è chi libero dai vincoli dell’avere, del possedere. I credenti della Chiesa sono già beati perché amano, perché hanno nel centro della loro vita la fiducia, sentono al loro fianco la presenza di Dio, perché sperano, perché lo stesso Dio già adesso si presenta loro come “Padre”. Questo è il tesoro sul quale si fonda e si arricchisce la loro esistenza.

Mostrando all’uomo la sua vera ricchezza, Gesù lo ha trasformato in un essere inquieto. Non può più riposare finché sospira quella fortuna, né può dormire finché attende il Signore di ora in ora. Non importa che il padrone non arrivi in un’ora prefissata, quello che conta è vivere nella tensione del suo arrivo.

Le tre parabole appena accennate sono legate da un’idea fondamentale: l’incertezza sull’ora della venuta del Signore e il conseguente dovere della vigilanza. È solo vegliando che si può entrare in comunione con la gioia del Cristo. L’errore fondamentale del cristiano è quello di pensare: “il padrone tarda a venire”. Vigilare indica un modo di essere (onesti, svegli, pronti) e di vivere (curare saggiamente e fedelmente i propri compiti).

Il tratto più significativo è, però, un altro: la splendida immagine del Signore che serve i suoi discepoli seduti a mensa. Nella sua seconda venuta il Signore ripeterà i gesti che ha compiuto nella prima: è infatti il medesimo Signore e il tratto che lo identifica è sempre lo stesso: “colui che serve”; cambiano i modi della presenza (umile o gloriosa), ma non il suo volto.

 

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 12,13-21)

 

Domenica 31 luglio | AgenSIR

CIASCUNO È CIÒ CHE AMA

           

Il brano di questa domenica ci presenta una scena classica: due fratelli litigano per una eredità e uno di loro si rivolge a Gesù per chiedere il suo arbitrato ma riceve un rifiuto e un’esortazione ad evitare la cupidigia. L’episodio si capisce facilmente: anzitutto le liti per l’eredità sono fatali e antiche quanto è l’uomo, e nemmeno il legame di parentela che unisce i fratelli è una garanzia per evitarlo, anzi sembra che questo renda le liti ancora più aspre, spesso senza possibilità di accordo. Da parte sua, Gesù rifiuta decisamente ogni arbitrato, perché non è questa la missione che ha ricevuto dal Padre; egli è venuto per annunciare il Regno di Dio, per sottomettere alla sovranità di Dio la vita delle persone; le decisioni giuridiche sui beni materiali non lo interessano.

Però da quest’episodio Gesù ricava una lezione precisa: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Per vivere sono necessarie molte cose, anche il denaro attraverso cui le cose possono essere acquistate; ma bisogna guardarsi bene dal confondere il senso della vita con i beni necessari per sostenerla. Gesù spiega tutto questo con la parabola di un uomo in gamba e fortunato: il raccolto è tanto abbondante che i granai non riescono a contenerlo; nulla di male in tutto questo, perché non si dice che quell’uomo sia stato disonesto o che abbia accumulato il suo capitale sfruttando gli operai. Si dice solo che il risultato del suo lavoro è stato molto buono.

“Stolto”, dice Dio: questa è la parola che cambia tutto e che deve risuonare con forza contrastando i nostri giudizi, le attese e le valutazioni. “Stolto” non dice disonesto, significa poco intelligente e poco furbo. Perché? La parabola dà due indicazioni per capire.

La prima motivazione la troviamo in questa frase: «questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». Il valore di una persona non dipende da quello che ha, ma da quello che è. Una verifica di questa realtà è proprio la morte. Di fronte alla morte, tutto quello che l’uomo possiede è inutile, perché passa a qualcun altro, agli eredi, non rimane al proprietario. Oltre alla morte, rimane solo quello che l’uomo è: la sua bontà o cattiveria, la sua saggezza o stoltezza, la sua mitezza o prepotenza.

Il secondo motivo per cui l’uomo viene definito stolto è questo: «così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». L’uomo della parabola aveva raggiunto la meta che si era prefisso, ma non aveva risposto alle attese di Dio, non aveva compiuto quello che era prezioso davanti a Dio. Ciò che rimane – suggerisce Gesù – è solo quello che è prezioso davanti a Dio.

Diceva S. Agostino: «Ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che cosa devo dire? Che tu sarai Dio? Io non oso dirlo per conto mio. Ascoltiamo piuttosto le Scritture: Io ho detto: “voi siete dèi, e figli tutti dell’Altissimo” (Sal 81,6)» (In Io. Ep. tr. 2,14). Se, dunque, vogliamo essere figli dell'Altissimo, non amiamo il mondo, né le cose che sono nel mondo.

 

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 11,1-13)

Signore, insegnaci a pregare”. Commento al Vangelo della XVII domenica del  T.O., a cura di Giulio Michelini (testo e video TV2000) – La parte buona

INSEGNACI A PREGARE!

           

Sentiamo la sorpresa e lo stupore per le parole che i discepoli rivolgono a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Viene spontanea una domanda: Si può insegnare la preghiera? Non è forse la preghiera un’effusione spontanea del cuore, per cui nella preghiera lasciamo uscire i nostri sentimenti, i desideri più intimi, personali, profondi? Nell’insegnare la preghiera non c’è il rischio di renderla rigida, di farla crescere secondo delle regole? Meccanica, impersonale, non spontanea e sincera? Eppure i discepoli dicono: «Signore, insegnaci a pregare». Perché? Perché la preghiera, secondo la S. Scrittura, è anzitutto dialogo, è incontro e comunione. Per questo la preghiera presuppone la conoscenza di Dio, così come presuppone la coscienza di quello che noi siamo davanti a Dio. Non è solo un dire a noi stessi, ma è un dialogare con il Signore, che è un altro, è il tu della nostra vita. Ed è importante, se vogliamo che il dialogo funzioni, che abbiamo l’immagine corretta del Dio al quale ci rivolgiamo.

Allora chiedere: “Insegnaci a pregare”, è lo stesso che chiedere: insegnaci a comprendere chi è Dio: a conoscere il suo volto e il suo cuore; insegnaci a capire quello che noi siamo davanti a Dio: la nostra identità di creature.

“Insegnaci a pregare”, rivolto a Gesù, vuole indicare questo: i discepoli sono convinti che Gesù sappia qualche cosa del mistero di Dio; qualche cosa che gli altri non conoscono, che lui solo è in grado di insegnare. È come quella domanda che Filippo rivolge a Gesù, durante l’ultima cena: “Mostraci il Padre” (Gv 14,8); facci vedere cioè la sua faccia, il suo volto; vogliamo comprendere quali sono i suoi sentimenti, i suoi atteggiamenti nei nostri confronti.

Ed è significativo che i discepoli abbiano fatto questa domanda, mentre Gesù: «si trovava in un luogo a pregare...». Sembra cioè che i discepoli abbiano visto la preghiera di Gesù e abbiano incominciato a desiderarla. Una preghiera apparsa così bella, così desiderabile, da volerci entrare dentro, da volerne essere partecipi. La risposta del Signore è quella preghiera che noi abbiamo imparato a recitare da bambini, che ci è stata consegnata al momento del Battesimo e che, in qualche modo, è il distintivo della fede cristiana: il “Padre nostro”.

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 10,38-42)

Monastero di Bose - 29 luglio

L’UNUM NECESSARIUM

       Dopo il dialogo tra Gesù e il dottore della Legge, all’interno del quale v’era la parabola del buon Samaritano, Luca racconta l’episodio dell’accoglienza ospitale di Gesù nella casa di Marta e Maria. Le due sorelle riconoscono certamente a Gesù una certa autorità: Marta lo accoglie come un ospite e, pur esprimendo la propria critica, gli chiede un intervento presso la sorella; Maria, invece, lo ascolta come un maestro. Di Marta sappiamo che cosa fa e che cosa dice; essa passa dall’accoglienza di Gesù all’essere tutta occupata e distratta dal suo servizio chiedendo a sua sorella di fare altrettanto. Di Maria invece viene sottolineato quell’essere seduta ai piedi di Gesù, senza pronunciare neppure una parola. Marta accoglie l’ospite e si comporta secondo le regole sociali del tempo. Maria invece quelle stesse regole le infrange, sicché viene a crearsi una situazione straniante che provoca la reazione di Marta e il suo intervento presso Gesù.

Gesù – che nel testo viene chiamato con il solenne titolo cristologico “il Signore” – risponde in modo affettuoso a Marta: “Marta, Marta, ti preoccupi e sei agitata per molte cose”. Tali parole capovolgono la prospettiva di Marta, perché il suo servizio si è trasformato in preoccupazione ed agitazione. L’accento del rimprovero di Gesù non è sul servizio alla mensa ma sull’atteggiamento di dispersione, inquietudine e preoccupazione che caratterizza Marta in tutto il suo fare. Colei che aveva tentato di piegare l’ospite al proprio punto di vista, chiedendo un intervento autoritario nei confronti della sorella, non solo non ottiene ciò che vuole, ma scopre di essere lei stessa oggetto di un giudizio che ne caratterizza l’operato secondo un criterio ben differente.

Gesù dichiara allora che “di una cosa sola c’è necessità” ritornando su quanto Maria ha fatto. Marta parlava a Gesù di sua sorella, interpretandone il comportamento. Gesù, parlando a Marta, reinterpreta quanto ha fatto Maria per chiarire e spiegare qual è la sola cosa necessaria: vivere la priorità dell’ascolto, senza ansia o protagonismi. Ecco perché Luca aveva precisato che Maria “ascoltava la sua parola” (v. 39) invece di dire, con maggiore naturalezza, che “Maria lo ascoltava”. Tale sottile ma sostanziale differenza ci invita a riconoscere che la medesima esperienza di Maria è possibile anche per noi lettori di oggi nella vicenda di fede. Se l’ascolto diretto di Gesù ci è negato, in quanto esperienza legata alla presenza storica del Nazareno, non ci è invece sottratto l’ascolto della sua parola per mezzo della mediazione del testo composto dai quei testimoni divenuti ministri di quella medesima parola. «Questo ascolto della fede – scrive papa Francesco nella sua prima enciclica Lumen fidei – avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore; un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che “sentendolo parlare così seguirono Gesù” (Gv 1,37)» (n. 30).

 

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 10,25-37)

Lc 10,25-37 Il dottore della legge e il Samaritano | Cronache da Eliopolis

A CHI TI FAI PROSSIMO?

           

Sembra che il dottore della legge – di cui si parla all’inizio del vangelo - sia mascherato da discepolo ai piedi di Gesù (“si alzò…”): lo “tenta” sulla sua ortodossia, sapendo interpretare la Legge nel suo centro, che è amare Dio in quattro dimensioni (col cuore indiviso, con tutto lo spirito vitale, con le forze fisiche e materiali disponibili e con l’intelligenza, cf. Dt 6,4ss) e amare il prossimo “come si ama se stessi” (cf. Lv 19,18). Ma il suo problema è: «Chi è il mio prossimo? Chi fa parte della cerchia di persone che io devo amare come me stesso?». Non è chiaro quale sia la sua idea riguardo a questa cerchia di persone. In ogni caso egli sembra convinto che qui ci debbano essere dei limiti. Per gli ebrei, solo il connazionale era considerato come il prossimo che si è obbligati ad amare e aiutare.

Gesù racconta allora la celebre parabola del buon samaritano, parabola sapienziale, per coinvolgere l’interlocutore. La domanda «chi è il mio prossimo?» è trasformata da Gesù in: a chi ti fai prossimo? Lo scriba è costretto così a immedesimarsi con l’aggredito dei briganti, un giudeo probabilmente, e a confrontarsi con il samaritano, lontano dalla Legge, figura opposta agli uomini del culto (sacerdote e levita, giudei per eccellenza). Dopo la mancata relazione di aiuto dei connazionali (vedono ma passano oltre), solo lo straniero e nemico considera “prossimo” quel giudeo in mezzo alla strada. “Ne ebbe compassione”, dice il testo. E questa compassione si traduce in gesti concreti, sottolineati da verbi che indicano “cura”: fasciare ferite, versare olio e vino, caricare il corpo, spendere per assistere…

Gesù invita a non amare in modo ideologico, poiché il moribondo ha bisogno del samaritano: unica speranza è il pronto soccorso. Per Gesù, amare significa responsabilizzarsi sulle proprie scelte, accettando l’altro nella sua alterità, nel suo limite e nelle sue ferite. Non occorre chiedersi dunque chi è il prossimo, ma farsi prossimo a tutti, abbattendo barriere dentro e fuori. Lo diceva don Andrea Santoro, martire della fede in Turchia: «Accanto alla gioia con cui mi sveglio ogni mattina pensandomi amato dal Signore nel luogo dove lui mi vuole, faccio anch’io i conti con le trafitture quotidiane, quelle che mi vengono da fuori e quelle che mi vengono da dentro… L’impegno è a rimanere “finestra” aperta anche quando ti sembra di incontrare muri o porte sbarrate».

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 10,1-12; 17-20)

UNA MISSIONE IN DEBOLEZZA E IN SOBRIETÀ

           

Nel brano evangelico di questa domenica si parla dell’invio da parte di Gesù dei 70 o 72 discepoli. Solo Luca, tra gli evangelisti, riferisce di questa seconda missione. Egli lega in questo modo alla vita di Gesù sia la missione ad Israele che quella ai pagani. Perché 70 o 72 discepoli? Una delle spiegazioni vi trova un riferimento a Gen 10 dove la discendenza dei figli di Noè forma 72/70 popoli e simboleggia dunque i popoli del mondo pagano. L’altra spiegazione fa riferimento a Nm 11,24-30 dove lo spirito profetico viene dato a 70 anziani scelti da Mosè, ma anche a due uomini che non erano scelti (somma: 72). In ogni caso, l’invio dei 70 (o 72) discepoli giustifica la missione universale della chiesa portata avanti non solo dagli apostoli, ma anche da altri missionari.

È chiaro dunque che l’annuncio del Regno è un compito di tutti ed è rivolto a tutti, nessuno escluso: la messe è infatti abbondante, ma i lavoratori sono pochi. E non basta che questi discepoli si diano tanto da fare, ma che soprattutto preghino il padrone della messe perché mandi altri operai, a ricordare che essi sono sempre servi e che i risultati non dipendono da loro. Ma se Dio è la sorgente della missione, i destinatari saranno gli uomini e dunque il compito di questi evangelizzatori non sarà semplice o privo di pericoli: «vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Essi dovranno uscire dalla loro tranquillità per andare nella debolezza e dovranno avere molta fede nella Parola che annunciano. Inoltre la missione non fa affidamento su ricchezza e potenza, ma sull’essenzialità e sull’urgenza (evitando bisaccia, sandali, saluti). Il loro stesso equipaggiamento rende visibile il loro programma e il loro abbandono alla Provvidenza del Padre. La missione in debolezza e in sobrietà, caratteristiche divine, è condizione di efficacia della buona notizia.

I 72 avevano un compito nuovo e difficile. Essi tornarono però da Gesù pieni di gioia per quanto avevano compiuto nel suo nome.  «Anche noi - scriveva Paolo VI nel 1975 a conclusione della Evangelii Nuntiandi - conserviamo la dolce e confortante gioia d’evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. Sia questo per noi… uno slancio interiore che nessuno, né alcuna cosa potrà spegnere. Sia questa la grande gioia delle nostre vite impegnate. Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell'angoscia, ora nella speranza, ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo» (n. 134).

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