Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 6,27-38)

A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici"

RISPONDERE AL MALE CON IL BENE

           

Il comandamento dell’amore è un comandamento classico in tutta la scrittura, a cominciare da «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18) e naturalmente nel Vangelo.

Quando si arriva all’amore dei nemici il comandamento dell’amore è dilatato all’estremo, è dilatato fino al paradosso, oltre quello che si possa immaginare, perché di fatto la saggezza vera – dice tutta la tradizione sapienziale greca – è fare del bene agli amici e combattere i nemici; fare del bene ai nemici è semplicemente stupido!

Da dove viene allora l’invito ad amare i nemici? Dall’esempio di Gesù! Egli ha fatto così! L’esortazione «pregate per coloro che vi trattano male» si ritrova realizzata nella preghiera di Gesù per i crocifissori nel racconto della passione: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Ma dietro al comportamento di Gesù e quindi all’esortazione c’è la logica di Dio, perché Dio opera il bene nei confronti di tutta la creazione: l’amore di Dio è un amore creativo, non suppone la bontà della creatura, ma la ma la crea, la produce. Dio gode nel comunicare la sua bontà e, dove c’è una realtà creaturale priva della sua bontà, egli gode nel trasmettergliela.

L’immagine di chi pone l’altra guancia è così strana che può facilmente essere messa in ridicolo. In realtà ciò che il vangelo ci chiede è di essere autenticamente umani e cioè di non reagire ai comportamenti che subiamo in modo meccanico ed istintivo.

Secondo una legge della meccanica “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”, tra l’azione e la reazione non c’è spazio: appena l’azione è compiuta la reazione scatta. Ma questo non è ciò che è tipico dell’uomo! Tra l’azione ricevuta e la risposta c’è nell’uomo uno stacco, c’è il momento della presa di coscienza, della riflessione, in cui l’uomo prende in mano sé stesso e decide che tipo di risposta vuole dare. La risposta non è semplicemente speculare, ma dipende dai valori della persona, da quello che la persona ritiene che sia importante e primario nel suo comportamento.

Nel nostro caso questa risposta è attenta a non rispondere alla violenza con la violenza; nasce quindi dalla consapevolezza che la violenza non produce in ogni modo del bene; nasce da una scelta di essere benefico, nel senso di creatore di bene, produttore di bene: uno che riceve il male e risponde con il bene è un creatore, non ha semplicemente lasciato passare il male che ha ricevuto, ha prodotto del bene dove non c’era, ha cambiato la qualità dell’esperienza.

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 6,17.20-26)

Vangelo Archives - Arcidiocesi di VercelliRICCHI DELLA FELICITA’ DI DIO

      Nel vangelo di Luca le beatitudini hanno un tono diverso rispetto a Matteo, in primo luogo perché sono quattro anziché otto e poi perché sono accompagnate da quattro guai che hanno una funzione ammonitoria. È come un ultimo appello che viene lanciato perché l’ascoltatore riesca a modificare la sua condizione che viene presentata come pericolosa.

            Gesù annunzia il Regno di Dio e viene dunque instaurato un potere che ha coordinate diverse da quelli mondani. Il potere mondano è definito secondo forza: militare, economica, culturale, di comunicazione, ecc… Fino a che governano i poteri mondani, l’ottica è quella dei giochi degli equilibri politici e dei vantaggi economici. Ma se Dio viene a governare, la prospettiva è diversa. Il criterio di valore nel Regno di Dio non è l’avere molti soldi o esercitare un grande potere. Quello che conta sono invece: giustizia, amore, pace, valori cioè che corrispondono alla logica della Rivelazione di Dio, specie quella che Gesù Cristo ci ha dato. Se nella prospettiva del mondo essere miti o essere misericordiosi e puri di cuore sembra valere poco, anzi in certi momenti può essere deriso, in realtà, nel Regno di Dio, sono i valori che valgono.

            I cosiddetti “guai” non sono maledizioni, ma delle dichiarazioni di sventura. Gesù dichiara una felicità e dichiara una sventura. Nel momento in cui Dio entra effettivamente nella storia, nella vita degli uomini, avviene un capovolgimento. Succede che quelli che erano, dal punto di vista mondano, poveri si trovano arricchiti dal Signore e quelli che, dal punto di vista mondano, erano ricchi, si trovano a dovere fare i conti con una condizione di povertà, di sventura. Il povero è povero della felicità che il mondo può dare, ma diventa ricco della felicità di Dio perché Dio viene esattamente come salvatore, come colui che colma il vuoto e la carenza dell’uomo.

            Questo capovolgimento sembra un tema costante in san Luca, a cominciare dall’inizio, quando Maria esprime la sua lode nel canto del Magnificat. Nella seconda parte annuncia una rivoluzione che più evidente non potrebbe essere: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,51-53) Questa ricchezza appartiene, insieme con lei, ai poveri di Israele, appartiene a tutti quelli che fanno parte dell’Israele autentico.

            Ebbene le beatitudini non sono uno sguardo di generica compassione, ma uno sguardo che va a rivendicare una dignità. Che hanno loro, proprio loro, i dimenticati!

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 5,1-11)

Grupos de Jesús – 5 Tempo ordinario – C (Lc 5,1-11) - Grupos de Jesús -

L’ACCOGLIENZA DI UNA PAROLA CHE CHIEDE ABBANDONO

           

L’inizio del capitolo 5, che oggi la liturgia ci presenta, ci porta ad una novità importante del cammino di Gesù. Finora egli si è incontrato con le folle, e continuerà a farlo. Ma inizia qui la memoria di una relazione più diretta e specifica con le persone. Un loro coinvolgimento, una chiamata, e quindi il formarsi di un gruppo. Tali persone si qualificheranno come “discepoli”, e alcuni di loro come “apostoli”. Sono gli inizi di quella comunità che verrà chiamata “chiesa”. Gesù e Simon Pietro si erano già conosciuti. Gesù era entrato infatti nella sua casa dove si era incontrato con la suocera malata (Lc 4,38-39). Ora lo prega di scostarsi un poco da terra per consentirgli di insegnare alle folle dalla barca.

Ora, ancora di più, Gesù entra nella vita e nella vicenda di quest’uomo, invitandolo a prendere il largo e a gettare le reti. E non a caso Pietro a questo punto fa una dichiarazione molto importante: “…sulla tua parola getterò le reti”. Aderisce alla richiesta di Gesù sottolineando l’infruttuosità di una notte faticosa e senza pesci. La fede - è il caso di sottolinearlo bene - parte sempre dalla storia concreta delle persone con l’accoglienza di una parola che chiede pienezza di abbandono contro tutta l’esperienza che di quella storia si è fatta.

Il contrasto tra il nulla precedente e la sovrabbondanza della pesca fatta gettando le reti sulla parola di Gesù, provoca la bellissima reazione di Simon Pietro: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”. Possiamo cogliere in questa reazione di Simone il dato profondo dell’evento della fede. La nostra condizione di poveri peccatori non si manifesta per un’evidenza razionale e per un confronto con una norma, ma per l’incontro con la luce del Signore che “rivela” la povertà della nostra condizione umana. È la “crisi” salutare che apre la strada della salvezza e della vita nuova.

È quello che Gesù annuncia a Pietro con una frase misteriosa – “d’ora in poi sarai pescatore di uomini” – ed è l’inizio di un nuovo volto della vita, che si lascia alle spalle tutto quello che era e che si aveva prima.

 

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 4,21-30)

Nessun Profeta è bene accettato nella sua patria - Caritas diocesana

GESÙ, EVANGELIZZATORE MANCATO

           

Dopo che Gesù nella sua città ha letto ai suoi concittadini il brano di Is 61,1-2 e ha spiegato che essi in questo momento hanno sperimentato il compimento di questa parola di Dio, troviamo da parte degli abitanti di Nazaret una duplice e contrastante reazione, prima di meraviglia e poi di indignazione. In un primo tempo la reazione della gente è molto favorevole: “essi - dice il testo - erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Poi molti si chiedono: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”, riconoscendo in Gesù uno di loro e prendendo un atteggiamento possessivo.

Gesù lo intuisce: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Ciò che ha fatto a Cafarnao, la gente vuole che lo faccia adesso nella sua patria. Gesù non può accettare questo atteggiamento. Non accetta un amore possessivo, ma invita gli abitanti di Nazaret ad avere il cuore aperto, a pensare agli altri, non a se stessi. Perciò dice: “nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. E porta due esempi: quello di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e la siccità provocò una carestia tremenda. C’erano in quel tempo molte vedove in Israele – il paese di Elia -, ma a nessuna di essa fu mandato il profeta, se non a una vedova straniera. Secondo esempio: quello di Naaman, il siro; tra molti lebbrosi in Israele fu purificato uno straniero, non un israelita. Ecco il modo di comportarsi di Dio. Questo messaggio non è accettato dai compaesani, anzi provoca un’amara delusione. L’amore possessivo si trasforma alla fine in odio, perché deluso.

Quest’episodio, come si può immaginare, è un anticipo della reazione del popolo giudaico: perché i discepoli di Cristo hanno propagato la buona notizia, cioè hanno proposto il messaggio di liberazione ai pagani, la maggioranza dei Giudei si sono rivoltati contro di loro.

Certo, per Gesù sembra non essere un bell’inizio del suo ministero. Commenta a tal proposito il card. Martini: «Non finisco di stupirmi perché Luca cominci la presentazione dell’attività pubblica di Gesù con un episodio che si potrebbe intitolare: “Gesù evangelizzatore mancato”. Gesù non è riuscito, non si è fatto capire, non si sono intesi e ha dovuto partire in tutta fretta… Perché questo modo strano di presentarsi di Gesù secondo il Vangelo?...» (L’Evangelizzatore in san Luca, 24-25).

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 1,1-4; 4,14-21)

Commento al Vangelo del giorno – 24 Gennaio – Oggi si è compiuta questa  Scrittura!

LUCA, UN VANGELO PER DIVENIRE SALDI NELLA FEDE

           

Iniziamo con questa domenica la lectio cursiva del terzo vangelo che ci accompagnerà durante tutto l’anno. La liturgia ci offre tre brani introduttivi: il prologo del vangelo (1,1-4); i versetti redazionali che introducono la sezione del ministero in Galilea (4,14-15) e il discorso nella sinagoga di Nazareth (4,16-21; il resto del racconto lo leggeremo domenica prossima con i vv. 22-30).

Nel prologo Luca rivela di non essere il primo a scrivere un Vangelo, quando rende noto a Teofilo, il suo destinatario, che altri hanno già compiuto l’impresa che egli si accinge a fare. Ci tiene inoltre a precisare che la sua opera è il frutto di ricerche accurate, basate sulla testimonianza oculare, che si è formata a partire dall’esordio del ministero di Gesù e del suo ingresso nella storia degli uomini. Teofilo, “l’amante di Dio”, modello del lettore di ogni tempo, non è un destinatario passivo, bensì è invitato in prima persona a “rendersi conto della solidità degli insegnamenti che ha ricevuto”. In altre parole, con il suo racconto Luca non intende rendere più erudita la fede di Teofilo, ma anche e soprattutto di renderla più forte nella testimonianza.

A differenza degli altri sinottici, il terzo evangelista sceglie di iniziare il racconto della predicazione pubblica di Gesù con questo episodio nella sinagoga di Nazareth. Quanto avvenne a Nazareth non è dunque solo la prima uscita pubblica di Gesù, ma il programma della sua vita, il manifesto della sua missione e della sua identità. Questo episodio infatti rivela chi è Gesù, cosa farà e come lo farà, e mette in luce la reazione dei suoi contemporanei, prefigurando anche la fine tragica della sua vita, con il rifiuto e la morte causata da coloro che invece avrebbero dovuto accoglierlo.

Gesù a Nazareth, quel giorno, leggendo le Scritture, e precisamente il profeta Isaia, vede nelle parole del profeta descritto quello che era accaduto a lui, e riconosce nella missione del profeta quella che doveva essere anche la sua missione. E la sua missione sarà essenzialmente quella di “portare il lieto annuncio ai poveri”, coloro cioè che sono beati e ai quali appartiene il Regno di Dio (cf. Lc 6,20), coloro che vivono in situazione di disponibilità a ricevere, come chi ha bisogno di tutto per vivere, e che hanno anche la disponibilità a dare, come la povera vedova.

Nella persona e nell’opera di Gesù tutto è determinato da Dio. Dio stesso si volge al suo popolo per mezzo di Gesù. Perciò la presenza di Gesù, oggi, è un momento di grazia particolare.

 

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (GV 2,1-11)

 El agujero en la flauta: Giovanni 2, 1-11

L’INIZIO DEI SEGNI

           

            Con il termine “epifania” i cristiani, nel III secolo, non indicavano soltanto la manifestazione di Gesù ai magi, ma tutte le manifestazioni divine (miracoli, visioni, ecc.) di Gesù Cristo, e in particolare tre, come riporta il “Martirologio Romano”: «La triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria».

            Il segno di Cana, che la liturgia ci propone all’inizio del tempo ordinario, è infatti un segno messianico, attraverso il quale Gesù manifesta direttamente la sua potenza e la sua bontà, suscitando la fede dei suoi discepoli, come rileva la conclusione del brano: «Così Gesù diede inizio ai segni in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui». È un segno che mostra in modo impressionante la generosità di Gesù, la sua bontà piena di comprensione per i desideri del cuore umano. È un miracolo un po’ particolare, perché non indispensabile, ma utile per continuare la festa.

            Che cosa avranno capito i discepoli di questo primo miracolo? Hanno capito che Gesù era il Messia scelto da Dio e che stava inaugurando i tempi messianici. Quest’abbondanza di vino, questa gioia umana delle nozze facevano parte dell’attesa dei tempi messianici. Nell’Antico Testamento, in molti passi profetici, Dio deve privare il suo popolo della gioia delle nozze e dell’abbondanza del vino, perché è stato infedele all’alleanza; per questo le nozze non si possono celebrare.

            La gloria che i discepoli vedono è la gloria divina che segna l’opera di Gesù Messia. Evidentemente l’abbondanza materiale è soltanto un aspetto di quei tempi, e così la gioia delle nozze umane. Il Messia deve anche far scomparire il male, assicurare il regno della giustizia e propagare la pietà, dare il vino della sapienza.

            Grazie al Messia, le nozze di Dio con il suo popolo possono realizzarsi. In questo senso, Cana è soltanto un inizio. “È l’inizio dei segni”, dice Giovanni. Un inizio promettente. Quelli che aspettano sinceramente la redenzione d’Israele possono riconoscere in Gesù il Messia e rallegrarsi delle nozze annunziate. «Il segno di Cana - scrive I. de la Potterie - diventa così come un modello, un simbolo di tutta la vita di Gesù. Più che il primo dei segni, esso è “l'archetipo”, nel quale è prefigurata e già contenuta tutta la serie successiva».

BATTESIMO DEL SIGNORE (LC 3,15-16.21-22)

Ricevuto il battesimo il cielo si aprì e discese lo Spirito Santo - il  Portico

LA MANIFESTAZIONE DEL SIGNORE AL GIORDANO

La festa del Battesimo del Signore, nella prima domenica dopo la solennità dell’Epifania,
chiude il tempo natalizio con la manifestazione del Signore al Giordano. Secondo il racconto dell’evangelista Luca presentato dalla liturgia odierna, il popolo era “in attesa”, ma non si dice quale fosse l’oggetto di questa attesa. Esso appare dal fatto che tutti si chiedevano in cuor loro se per caso proprio il Battista non fosse il Messia. Ma è Giovanni stesso a chiarire e rispondere: «viene uno che è più forte di me». Ora, l’aggettivo “forte” nell’Antico Testamento veniva applicato al re-Messia, “forte, potente come Dio” (Is 9,5), e costituiva uno degli attributi gloriosi del Creatore, sovrano dell’universo e della storia. Il battesimo, che questo personaggio annunziato da Giovanni compirà, è fondato su due elementi decisivi: lo Spirito Santo e il fuoco. Lo Spirito di Dio è il principio creatore e rigeneratore dell’intero essere; il fuoco è invece un simbolo divino: riscalda e incendia, dà vita e distrugge, è fonte di calore e di morte. Sono così annunciati il tempo della chiesa, il dono dello Spirito agli apostoli a Pentecoste e l’incorporazione dei credenti nella comunità di salvezza mediante il battesimo e l’imposizione delle mani. Ciò che Giovanni annuncia è Buona Notizia. Colui che viene porterà il dono più prezioso possibile, lo Spirito santo, la vita divina, e avrà una dignità divina. Il fatto che egli si faccia battezzare da Giovanni con acqua insieme al popolo può sorprendere e creare confusione. Ma Luca riferisce questo solo per inciso, come le circostanze che accompagnano l’evento principale, la triplice rivelazione: il cielo si apre, lo Spirito santo scende su Gesù, la voce dal cielo designa Gesù come il Figlio amato. L’apertura del cielo mostra che Gesù non è separato da Dio; lo Spirito santo, la vita e la forza di Dio, scende su di lui e con questa forza egli compirà la sua missione; per mezzo della voce dal cielo si manifesta in definitiva il rapporto di Gesù con Dio. Questa triplice rivelazione sottolinea come ora Dio e l’uomo stanno incontrandosi e il punto in cui avviene questo intreccio è proprio in Gesù. Se, infatti, il Battista aveva esaltato la messianicità, ora Dio definisce Gesù come suo Figlio “prediletto”, cioè unico. Il battesimo di Gesù è allora la sua solenne presentazione al mondo. In Gesù l’azione di Dio diventerà particolarmente chiara e visibile al suo popolo e a tutta l’umanità. È questo dunque un giorno di contemplazione e di adorazione del Cristo perché, come scriveva sant’Agostino, “in quel volto noi riusciamo a intravedere anche i nostri lineamenti, quelli del figlio adottivo che il nostro battesimo rivela”.

II DOMENICA DOPO NATALE (GV 1,1-18)

Il pensiero del giorno: Gv 1,1-18 - Alleanza CattolicaCHIAMATI A DIVENTARE FIGLI DI DIO

NELL’OTTICA DELLA FEDE

Nel tempo di Natale la liturgia torna sul famoso prologo di Giovanni. Il Figlio unigenito – ci ricorda il quarto evangelista - ha rivelato Dio. Nessuno ha mai visto Dio. Non è possibile vedere Dio e vivere, come ricorda l’esperienza di Mosè nel libro dell’Esodo. «Solo colui che viene da Dio ha visto il Padre» (Gv 6,46). Ciò suppone che l’uomo abbia il desiderio di vedere Dio, perché l’uomo ha bisogno di lui e di entrare in questa relazione di intimità con lui.

Il vedere Dio è mediato dal Figlio unigenito che è nel seno del Padre. Ha aperto una possibilità di vedere Dio. Lui è nel seno del Padre. Il Padre è un dinamismo di dono che si esprime nel dono al Figlio e il Figlio vive tutto ciò che riceve dal Padre in comunione e obbedienza a Lui. È uno scambio di vita. Nel Signore risorto, il mistero di Dio è svelato perché tra il Padre e il Figlio c’è uno scambio reciproco di amore. La vita intera di Gesù è rivelazione che porta a compimento la rivelazione del primo Testamento.

«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». La traduzione letterale dalla lingua antica sarebbe: “ha posto la sua tenda in mezzo a noi” (come anche leggiamo nella prima lettura); una espressione molto incisiva e significativa per l’ambiente ebraico ed il suo modo di vita del tempo. La Parola di Dio ha preso un’esistenza umana. La parola “carne” dice la debolezza della condizione dell’uomo, ma è questo ciò che sorprende della rivelazione di Gesù perché nella carne si rivela la Parola di Dio. L’uomo nella sua debolezza è come l’erba: è bello come il fiore del campo, ma è effimero, dura poco. Così è la carne. Secca il fiore, ma la Parola dura per sempre, è eterna. La Parola eterna si è fatta carne, debolezza. Bisognava che accadesse questo, perché solo la carne può essere la mediazione della nostra esperienza. Occorre che la Parola di Dio prenda una forma mondana, umana, perché possa essere vista, udita, contemplata. È un richiamo al tabernacolo, alla tenda che ha accompagnato Israele nel suo viaggio. È il tempio di Gerusalemme come tenda fissa. Il Primo Testamento è un’esperienza d’incarnazione della Parola di Dio. Adesso questa presenza di Dio si compie in una esperienza umana, concreta.

L’incarnazione ha per fine ultimo la possibilità di offrire all’uomo di divenire figlio di Dio. La figliazione che è propria di Gesù è sorgente, origine, di un’identità filiale per gli uomini, non semplicemente nella loro condizione mondana, ma nella loro condizione di credenti del Figlio di Dio. Siamo figli di Dio, ma in realtà siamo chiamati a diventarlo nell’ottica della fede, che trasfigura i pensieri e i desideri dell’uomo.

 

SANTA FAMIGLIA, GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (Lc 2, 41-52)

13) Lc 2,41-52 – Lectio Divina a San Nicola

LA RADICE DELLA GIOIA

E’ ESSERE CON IL PADRE

Maria e Giuseppe salgono a Gerusalemme. Gerusalemme simboleggia il luogo dell’incontro con Dio, il luogo in cui il Signore si rivela, in cui il suo piano si manifesta. Significativo è il verbo salire che ci sollecita ad andare più in alto, a guardare la vita dall’alto, dall’alto di come la guarda Dio. Essi erano credenti fedeli e osservanti della Legge di Dio data a Mosè, dunque ogni anno facevano la salita, il pellegrinaggio alla città santa di Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Il pellegrinaggio era quindi una tradizione da custodire.

Quando Gesù, il figlio nato a Betlemme e ormai cresciuto con loro a Nazaret, compì dodici anni, i suoi genitori lo portarono a Gerusalemme affinché diventasse, attraverso un rito che si svolgeva al tempio, bar mitzwà, “figlio del comandamento”, cioè un uomo credente responsabile della sua identità davanti al Signore e in mezzo al suo popolo. Tuttavia nel viaggio di ritorno accade l’angoscia. Eppure erano stati benedetti. Questo vuole dire che l’essere saliti non mette al riparo da problemi, da ansie e da angosce.

Gesù non è un ragazzo che si è smarrito, ma un ragazzo che decide di essere altrove. «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Gesù deve adempiere a quella radice profonda della sua vocazione. L’identità di Gesù è qui: essere con il Padre. Il Padre è il segreto vocazionale di Gesù, da qui deriva tutta la sua missione per gli uomini. Questo essere con il Padre è ciò che lo accompagna sempre, ovunque vada. È un modo di esistere, è l’identità di Gesù ed è la scelta vocazionale a cui noi siamo chiamati. Questo essere con il Padre è sicuramente radice della gioia e quindi determina in Gesù uno stato di gioia continua pur nelle difficoltà.

Proviamo a pensare alla nostra vita: come stiamo nelle cose del Padre, con il Battesimo siamo diventati Figli: come viviamo questa identità che vale anche per noi?

«Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore». Cosa custodiva Maria nel cuore? Da una parte l’angoscia di aver perso un figlio, dall’altra la gioia di averlo ritrovato pur sapendo che prima o poi li avrebbe lasciati. Allora ci immaginiamo Maria che rientrando a Nazareth con Gesù fa proprio il proposito di godere della presenza di questo figlio per quanto potrà, di non perder un attimo nello stargli vicino. Maria custodisce e gioisce.

 

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