Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

NATALE – MESSA DELLA NOTTE (LC 2,1-11)

Icona bizantina Natività 20x15 cm dipinta su legno Romania 1È NATO UN SALVATORE, CRISTO SIGNORE

 

            “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Sono le parole dell’angelo ai pastori nella notte dell’Incarnazione, nella notte in cui Gesù, il Figlio di Dio, è nato dal grembo di una donna. Sono rivolte ai pastori, a coloro che vegliavano facendo buona guardia al loro gregge. Colui che è nato - dice l’angelo - è Salvatore, Cristo e Signore. Tre termini che già sintetizzano ciò che lo stesso evangelista Luca indicherà come il kerigma essenziale di tutta la predicazione apostolica negli Atti degli Apostoli.

            L’uomo, nato nella città di Davide, è definito Salvatore perché il nome stesso che assumerà questo bambino sarà identificato con la “salvezza” (“gli fu messo nome Gesù”, si dirà infatti al v. 21). È il Cristo, perché è colui di cui hanno parlato la legge e i profeti, il consacrato del Signore in continuità con tutto l’Antico Testamento. È lui infine che, unico, può essere definito Kyrios, Signore, al punto da sostituire quel signore-padrone che tutti erano stati costretti a riconoscere in Cesare Augusto, imperatore romano. Kyrios, Signore e imperatore, è colui che è stato avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Colui, cioè, che “depone i potenti dai troni ed esalta gli umili”, Gesù, Cristo, Signore.

            Questo Salvatore, Cristo, Signore è nient’altro che un bambino – viene specificato più volte nel brano – “avvolto in fasce”. Sono le fasce candide che, secondo molti, richiamano certamente quelle della risurrezione, quelle che ancora avvolgeranno il corpo di Gesù deposto nella tomba, giacente nella tomba. Le fasce del bambino di Betlemme sono le stesse fasce del sepolcro del Signore e il corpo del bambino di Betlemme, adagiato nella mangiatoia, è lo stesso corpo di Cristo crocifisso, che ha dato se stesso per la vita del mondo.

            Dunque, il contenuto della bella notizia che i pastori portano è, di fatto, questa unità indissolubile tra il bambino nato a Betlemme e l’uomo crocifisso sul Golgota e risuscitato. Può essere paradossale per noi, ma nella notte di Natale si ha, in realtà, il grande annunzio della notte di Pasqua. «Il Natale - ha ricordato giustamente Benedetto XVI  - è già la primizia del “sacramentum-mysterium paschale”, è cioè l’inizio del mistero centrale della salvezza che culmina nella passione, morte e risurrezione, perché Gesù comincia l’offerta di se stesso per amore fin dal primo istante della sua esistenza umana nel grembo della Vergine Maria».

            Auguro a ciascuno di voi di riscoprire sempre presente nella vostra vita questo mistero di Dio che con amore si volge verso di noi. Buon Natale!

IV DOMENICA DI AVVENTO (LC 1,39-45)

Signore Gesù, fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi - Il Corriere  Apuano

LA PROFEZIA di ELISABETTA

           

            La quarta domenica di Avvento offre alla nostra meditazione un brano di singolare bellezza, in cui l’evangelista Luca racconta l’incontro e, in particolare, il dialogo tra Maria ed Elisabetta. Dopo aver brevemente descritto il viaggio della Vergine senza dare, tuttavia, nessun accenno alle motivazioni che l’hanno spinta a partire, il racconto concentra la nostra attenzione sul momento in cui la ragazza di Nazaret saluta l’anziana moglie di Zaccaria. Il saluto di Maria è ricordato da Luca ben tre volte (vv. 40,41,44), perché è proprio allora che il gesto si dimostra ben più di un semplice atto di cortesia o di carità. Si tratta, in realtà, di una teofania, cioè di una manifestazione di Gesù attaverso Maria. Quello stesso Spirito che ha reso la Vergine madre del Figlio di Dio, ora rende Elisabetta capace di profezia. Le parole, infatti, che quest’ultima rivolge a Maria non sono un augurio o un’intuizione personale, come potrebbe sembrare, ma un’interpretazione autentica di quanto Dio sta compiendo in Maria. Non è Elisabetta che benedice Maria, ma è Dio stesso che, attraverso la Vergine, sta benedicendo il suo popolo, dandogli il Salvatore!

            La Madre, da parte sua, partecipa pienamente di questa benedizione per aver creduto che le promesse dell’Altissimo avrebbero raggiunto il loro compimento. E la dimostrazione autentica di tutto questo è il fatto che Maria fa della sua risposta ad Elisabetta un cantico di lode alla gratuità e alla fedeltà dell’azione benevola di Dio nei suoi confronti. Così la Vergine accoglie in pienezza l’invito alla gioia che l’angelo le aveva rivolto all’Annunciazione. Sì, di fronte a quanto Dio sta facendo, Maria si dimostra non indifferente, ma capace di esultare perché l’Altissimo ha scelto la sua bassezza ed insignificanza sociale (questa è l’umiltà di Maria, non innanzitutto una qualità morale) per capovolgere le logiche degli uomini e portare salvezza all’umanità. Dio non ha affatto bisogno della nostra lode: siamo noi che abbiamo bisogno di occhi per vedere la sua salvezza e per saperne gioire, sia a livello personale che comunitario, come vediamo nel Magnificat. Solo chi gioisce dell’azione salvifica di Dio dimostra di averne accolto davvero la grazia perché, come ricorda la liturgia, anche la nostra lode è un dono dell’amore di Dio (prefazio comune IV).

 

III DOMENICA DI AVVENTO (LC 3,10-18)

 

Il Sismografo: Mondo Vangelo della domenica. E noi che cosa dobbiamo fare? (Lc  3,10-18)

“CHE COSA DOBBIAMO FARE?”

            Nel brano odierno Giovanni Battista accoglie gente ben disposta, e svolge la funzione di catecheta rivolgendosi a varie categorie sociali: le folle, gli esattori delle tasse, i soldati. L’interrogativo ripetuto, «che cosa dobbiamo fare?», è proprio dell’uomo che ha iniziato a convertirsi e lo udremo di nuovo ripetuto dalle folle dopo la Pentecoste (At 2,37). La risposta del Battista è in tutti e tre i casi centrata sulla necessità di una giustizia che è anche condivisione: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha…», «non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato» e «non maltrattate e non estorcete niente a nessuno…». Sono risposte che si possono riassumere nell’esigenza di amare. Egli non chiede dure penitenze, pratiche ascetiche speciali, non fa discriminazioni di mestiere. Il profeta vuole un’esistenza autenticamente umana; e per questo è il cuore dell’uomo che deve cambiare: non deve pensare di aver concluso il suo cammino di conversione ricevendo il battesimo. Al contrario egli deve continuamente concretizzarlo in un comportamento caritatevole verso i fratelli, soprattutto in un impegno operoso verso i più bisognosi, con la condivisione dei beni e con una condotta retta e onesta nell’esercizio del proprio lavoro

            Dalla predicazione morale, Giovanni passa poi all’annunzio che la fonda: la venuta del Signore («viene uno più forte di me, al quale non sono degno di sciogliere il legaccio dei suoi sandali»). Quest’ultimo, in definitiva, è il vero centro della predicazione del Battista e ogni atto di conversione è in realtà un cammino fatto incontro al Signore che viene. Per l’evangelista, il “più forte” è senza dubbio Gesù: egli dà un battesimo che sarà inaugurato il giorno di Pentecoste con l’effusione dello Spirito e l’apparizione delle lingue di fuoco. Gesù ha il potere di comunicare la realtà più alta e più preziosa: lo Spirito, l’eterna potenza vitale di Dio, il contrario di ogni impotenza, debolezza e caducità.

            Luca riferisce inoltre che «con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella». Giovanni non era un predicatore di sventura, ma «annunziava la buona novella»: il lettore deve vedere quindi nel compito di colui che Giovanni preannunzia non l’esecutore del giudizio punitivo di Dio, ma il portatore della salvezza promessa dai profeti.

II DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C (LC 3,1-6)

Pin su Nicola Damiano

LO SPIRITO E LA POTENZA DI GIOVANNI

           

            Quattro sono i grandi personaggi dell’Avvento che attendono, preparano e annunciano che Dio viene, che il Signore si avvicina. Il primo di essi è il profeta Isaia. Il Nuovo Testamento annovera la vergine Maria, il suo sposo Giuseppe e Giovanni il Battista, autentico prototipo dell’Avvento, ultimo profeta della venuta del Signore. È di quest’ultimo che ci parla il vangelo di questa seconda domenica di Avvento.

            La pagina lucana ha un inizio solenne. Attraverso l’ampia cornice storica Luca inserisce infatti l’annunzio del vangelo nell’alveo della storia universale, mettendo così in risalto come il tempo della salvezza, in cui Dio dà compimento alle sue promesse, si attua non in un ambito separato, ma nella trama complessa delle vicende umane. Ciò che accade in un luogo oscuro della Giudea dà un senso alla storia di tutta l’umanità in quanto proprio allora sta per iniziare l’epoca escatologica, nella quale la salvezza è accordata a tutta la terra.

            La missione di Giovanni viene introdotta come la vocazione di un profeta dell’Antico Testamento: «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto» (cf. Ger 1,1). Così l’azione di Dio si insinua nello scorrere del tempo attraverso la sua parola, di cui l’uomo Giovanni è ora mediatore. La parola di Dio suscita una storia di salvezza quando alcuni esseri umani si lasciano prendere da essa, ascoltano, amano, obbediscono.

            Vengono poi menzionati il “deserto” e il “Giordano”. Il deserto è il luogo della vocazione del precursore, il luogo dell’intimità con Dio nella quale Giovanni è cresciuto. Dal deserto, in veste di profeta, viene nella regione del Giordano dove svolge la sua predicazione. Egli predica «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». La conversione - parola che significa cambiamento di rotta - è l’atteggiamento che l’uomo deve assumere nei confronti della Parola di Dio che lo raggiunge, si tratti della predicazione del Battista, o della predicazione di Gesù o della predicazione della Chiesa. La conversione è volgersi a Dio, essere disposti ad accoglierlo. Giovanni prepara, e questa preparazione è necessaria.

            Scrive Origene: «Credo che il ministero di Giovanni sia attivo ancor oggi nel mondo: se qualcuno comincia a credere in Cristo Gesù, lo spirito e la potenza di Giovanni vengono nella sua anima e preparano un popolo perfetto per il Signore, nei luoghi accidentati del cuore le vie saranno rese agevoli e i sentieri saranno raddrizzati».

I DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C (LC 21,25-28.34-36)

Liturgia I Domenica di Avvento Anno B - www.maranatha.it

VIGILANTI NELL’ATTESA

           

            Adventus: il termine latino da cui prende nome il tempo che apre il nuovo anno liturgico esprime un intreccio di presente e di futuro, di possesso e di attesa. L’incarnazione nel tempo del Figlio di Dio, di cui faremo memoria nel Natale, troverà il suo compimento definitivo come evento salvifico alla fine dei tempi, quando verrà il Signore nello splendore della sua gloria e ci chiamerà “accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli” (colletta della I domenica). La liturgia della Parola di questa domenica ci fa volgere l’attenzione proprio al compimento della storia dell’umanità: è lì il fine della nostra vita, in base al quale siamo chiamati ad impostare anche il presente, perché l’incontro con il Signore avvenga senza paura.

            Il Vangelo, tratto dal discorso escatologico di Gesù in Luca, mette sotto i nostri occhi la transitorietà di quanto (sole, luna, stelle, mare), pur essendo creato da Dio, è percepito dall’uomo come definitivo ma adesso, con lo sconvolgimento degli ultimi tempi, diventa segno della nuova creazione. Così Gesù annuncia la sua ultima e definitiva rivelazione, che concluderà e coronerà la storia della salvezza.

            Di fronte a tutto questo, l’umanità è assalita dalla paura e dalla confusione. Eppure, assicura il Maestro, questa è l’ora della liberazione: ora i discepoli possono partecipare alla luce della vita del Figlio dell’uomo, che si è rivelato con la potenza e la gloria del Padre. È necessario prepararsi, sollevando il proprio cuore verso Dio, tenendolo lontano da preoccupazioni e ubriachezze della vita terrena. È la vita stessa, semplicemente, che può appesantire il cuore, se non si rimane vigilanti, in preghiera. Il verbo “vigilare” non sta qui ad indicare innanzitutto un’azione, un fare qualcosa, ma una vera e propria modalità d’essere. «Vigilare non fissa il momento del passaggio dal sonno alla veglia, ma piuttosto la condizione che ne segue: l’essere desto» (Bruno Maggioni).

            La nostra liberazione è vicina non perché temporalmente imminente, ma perché prossima ad ogni generazione. In questa prospettiva è il nostro presente ad essere decisivo! Siano l’attesa e il desiderio del ritorno del Signore a muovere i nostri passi di ogni giorno, per non essere nel numero di quei cristiani che, secondo Ignazio Silone, “attendono Cristo con lo stesso entusiasmo con cui si attende l’autobus alla fermata”.

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO – ANNO B (GV 18,33-37)

IL VANGELO FESTIVO] NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO - p. Marko  Ivan Rupnik - YouTube

“IL MIO REGNO NON VIENE

DA QUESTO MONDO”

           

            Si conclude l’anno liturgico e siamo nuovamente invitati a contemplare la regalità di Cristo, che è un tema particolarmente caro al quarto evangelista, di cui la liturgia ci offre oggi una splendida pagina che siamo soliti ascoltare il Venerdì santo nel racconto della passione del Signore durante l’azione liturgica.

            Giovanni ricalca la regalità di Cristo lungo tutto il racconto della passione. È un re che paradossalmente trionfa per mezzo della sua esaltazione in croce. Nella scena che ci presenta la pericope odierna, di fronte a Pilato, che intende giudicarlo personalmente, Gesù assume un atteggiamento strano, ma non insolito; ribatte con domande e costringe il magistrato a mettersi in discussione. Quando poi Gesù risponde, lo fa per riaffermare la sua regalità: «Il mio regno non viene da questo mondo. Se il mio regno fosse da questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è da quaggiù». È la grande proclamazione di un regno diverso da ogni altro regno. E di fatti è «il mio regno». È un regno che non proviene dal mondo, cioè dalla logica del mondo: è un contrasto d’origine che, per l’evangelista, è una differenza d’essenza, di qualità, di logica. Il re di questo regno non ha infatti una corona d’oro sul capo, ma una corona di spine e non siede su un trono, ma è appeso alla croce. Un re così fa ridere, è un re da burla.

Un’altra indicazione utile per cogliere la differenza è data dal fatto che nessuno dei suoi servitori ha lottato perché non fosse consegnato ai Giudei. Il regno, il potere mondano ha come ragion d’essere la propria sopravvivenza, per cui, se minacciato, combatte e i sudditi sono chiamati a buttarsi nel combattimento per salvare il trono. La regalità di Cristo, invece, non ha come ragione ultima la propria sopravvivenza, tant’è vero che lui stesso si lascia consegnare e morirà sulla croce. Allora c’è qualcosa d’altro che viene prima, che è più importante della propria sopravvivenza, del rimanere al potere, del proprio trionfo. E questo vale anche per i servitori del regno di Dio.

Pilato non capisce nulla e chiede nuovamente a Gesù se è re. Gesù conferma e dichiara: « Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». È importante sottolineare quel “rendere testimonianza alla verità”. È questo il punto. La differenza tra la regalità di Gesù e la regalità del mondo sta tutta nel valore supremo che Gesù riconosce alla verità, quella di Dio che ama ogni uomo, per difendere la quale è disposto a perdere anche il regno e... la vita.

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B (MC 13,24-32)

25/10 Lc 13,1-9 EQUIVOCI - Get up and Walk

LE MIE PAROLE NON PASSERANNO

           

            Il brano odierno, conosciuto come “discorso escatologico”, chiude nel vangelo secondo Marco il racconto della vita pubblica di Gesù. In esso tutto l’interesse si concentra sulla fase finale del mondo, descritta con un linguaggio fortemente apocalittico. È comprensibile dunque che la liturgia ce lo presenti quasi al termine dell’anno liturgico.

            Gesù esce dal tempio, e nel frattempo un discepolo gli fa notare quanto il tempio sia poderoso e bello, una meraviglia da guardare e da ammirare; Gesù risponde: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra, che non sia distrutta» (Mc 13,2). Quindi quell’edificio, che è l’orgoglio degli ebrei, per la sua bellezza e imponenza, in realtà è un edificio fragile, che dovrà conoscere e subire la distruzione. Dopo di che, Gesù con i suoi discepoli va sul monte degli Ulivi e i discepoli lo interrogano sul tempo in cui accadranno queste cose e sul segno che ciò per accadere.

            Gesù risponde e, tra le altre cose, annuncia che «il figlio dell’uomo verrà», e verrà con «con grande potenza e gloria»; quindi verrà con una forza irresistibile, e con la bellezza stessa di Dio, con la santità di Dio. Non solo verrà, ma «radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo», a dire che non ne rimarrà fuori neanche uno. Questo “raccogliere insieme” è infatti uno dei grandi simboli della salvezza, di quei simboli che si trovano nei profeti dell’Antico Testamento. In mezzo ci sono tribolazioni, guerre e angosce… ma - sembra suggerire Gesù - non lasciatevi spaventare! Non lasciate che queste cose vi tolgano la speranza, perché al contrario è data come sicurezza la “venuta del figlio dell’uomo”, la presenza di Cristo nella sua gloria, per rigenerare l’umanità e farla diventare una umanità nuova. La metafora del fico suggerisce poi che occorre leggere i “segni dei tempi”, riuscire cioè a trovare nella storia i segni di quel “mondo nuovo”, di quel frutto, di quella vita, che sarà il risultato e il contenuto della storia degli uomini.

            «Il cielo e la terra passeranno - conclude allora Gesù - ma le mie parole non passeranno». Pur nella fragilità e nell’incertezza di cui è fatta la nostra vita sulla terra, abbiamo un punto fermo, solido e permanente: la Parola del Signore. A questa Parola occorre aggrappare la nostra vita; certo, la sofferenza dell’incertezza rimane, ma non è una incertezza che ci schiaccia, perché anche nell’incertezza la speranza proclama la sua vittoria, sopravvive e si rigenera.

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 12,38-44)

Il Sismografo: Mondo Vangelo della domenica. Questa vedova, nella sua  povertà, ha dato tutto quello che aveva (Mc 12,38-44)

L’UOMO GUARDA L’APPARENZA,

IL SIGNORE GUARDA IL CUORE

           

            Nella sua terza giornata nella città santa Gesù, sulla spianata del tempio, prosegue il suo insegnamento autorevole, alla presenza della grande folla che lo ascoltava volentieri. Esorta il popolo a guardarsi dallo stile degli scribi, vanitosi e ambiziosi, che amano il prestigio e sfruttano l’ospitalità delle vedove. «Essi - dice - amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti». Amano cioè distinguersi dagli altri ed esigono di essere trattati con speciale deferenza. Vogliono essere tenuti in gran conto e salutati nei luoghi pubblici. Questo comportamento mostra che essi sono tutti concentrati sulla propria persona, e si servono del loro ruolo per avere riconoscimenti e privilegi.

            A questi atteggiamenti si unisce lo sfruttamento nei confronti delle vedove, che insieme agli orfani rappresentavano la categoria più debole e più esposta della società giudaica: essi si approfittano della loro posizione sociale e religiosa per impadronirsi (“divorare”) le loro case, che rappresentavano l’unica garanzia di una vita dignitosa. E quasi a nascondere o giustificare i soprusi commessi, si dedicano a lunghe preghiere. Essi quindi strumentalizzano la religione per fini immorali e faranno i conti con la ferma e decisa condanna da parte di Dio.

            Al contrario la vedova povera vive una fede umile e nascosta: la sua offerta nel tempio (dinanzi al muro del cortile delle donne c’erano tredici ceste a forma di imbuto in cui si gettavano le offerte) è tutto il suo sostentamento, non il superfluo. Letteralmente al v. 44 si legge infatti: «vi ha messo tutto quello che aveva per vivere, tutta la sua vita». Gesù lascia da parte ogni aspetto quantitativo, vede e giudica la persona di questa vedova povera nella situazione e secondo le sue possibilità. Esemplari in lei sono la libertà nei confronti dei bisogni della vita terrena e il totale affidarsi a Dio.

            Commenta san Leone Magno: «Grande è quel che Egli trarrà dal poco disponibile, poiché sulla bilancia della giustizia divina non si pesa la quantità dei doni, bensì il peso dei cuori. La vedova del Vangelo depositò nel tesoro del tempio due spiccioli e superò i doni di tutti i ricchi. Nessun gesto di bontà è privo di senso davanti a Dio, nessuna misericordia resta senza frutto. Diverse sono senza dubbio le possibilità da lui date agli uomini, ma non differenti i sentimenti che egli reclama da loro. Valutino tutti con diligenza l’entità delle proprie risorse e coloro che hanno ricevuto di più diano di più» (Sermo de jejunio dec. mens., 90,3).

 

 

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 12,28-34)

Amerai il tuo prossimo come te stesso

IL COMANDAMENTO DELL’AMORE

           

            L’arrivo di Gesù a Gerusalemme segna l’inizio, secondo Marco, di un periodo, durato alcuni giorni, nel quale Gesù svolge un intenso ministero nella città santa: per lo più si tratta di controversie con i rappresentanti dei diversi gruppi che componevano il giudaismo del suo tempo, i quali gli pongono domande sui temi che stanno loro più a cuore. Una di queste domande, posta da uno scriba, è quella che riguarda il comandamento più grande della legge. I farisei infatti, con la loro interpretazione, avevano circondato con una specie di siepe protettiva la legge di Mosè, aggiungendovi continuamente nuovi precetti e proibizioni. Quando più tardi se ne fece il conto, risultarono ben 613 comandamenti di cui 365 erano divieti (quanti i giorni dell’anno) e 248 precetti positivi (quante si credeva fossero le membra del corpo) distinguendo fra precetti grandi e piccoli, difficili e facili. Ci si chiedeva quindi come riassumere in una breve formula tutta la Torah.

            La domanda dello scriba: «Qual è il più grande comandamento?» era stata dunque posta con serietà e senza sottintesi. Gesù risponde con uguale serietà, ma anche con sovrana sicurezza. La sua risposta unisce insieme due frasi della Bibbia che, nel Pentateuco, si trovano separate in due scritti diversi. La prima è l’inizio dello Shemà contenuto in Dt 6,4: in questo testo, recitato da ogni pio giudeo nella preghiera quotidiana, viene messa in luce l’unicità di JHWH, come salvatore del suo popolo, e l’obbligo di amarlo, cioè di aderire a lui e di praticare i suoi comandamenti non per opportunismo o interesse, bensì con un impegno che scaturisce dal profondo del cuore. La seconda è invece la citazione di Lv 19,18 dove si prescrive l’amore del prossimo. Nell’Antico Testamento il concetto di “prossimo” era però limitato espressamente ai propri connazionali e ai forestieri residenti. L’amore era quindi negato nei confronti degli empi e dei gentili; nel giudaismo non mancavano voci che addirittura suggerivano l’odio non solo verso costoro, ma anche verso quelli che non appartenevano al proprio gruppo.

            I due comandamenti indicati da Gesù, sebbene non siano uniti espressamente nella Bibbia ebraica, coprono in realtà lo stesso campo in quanto ciascuno riassume, sotto angolature diverse, tutta la volontà di Dio rivelata nell’esodo e nell’alleanza. Affermando che non vi è comandamento più importante di questi due, Gesù “relativizza” implicitamente i singoli precetti della legge, la cui osservanza è gradita a Dio solo se e nella misura in cui è richiesta dall’amore e ispirata da esso. L’attuazione dell’amore di Dio in quello del prossimo rappresenta dunque il punto centrale e la sostanza della posizione di Gesù.

            I rabbini hanno espresso questo principio con un insegnamento importante che risponde in qualche modo alla domanda “Com’è possibile amare Dio?”. La risposta che danno alcuni maestri è questa: «fare in modo che Dio o, letteralmente, il Nome del Cielo, sia amato per mezzo tuo».

 

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