Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 10,46-52)

Va', la tua fede ti ha salvato ffl MC 10, 46-52

DALLE TENEBRE ALLA LUCE

           

            Nella pericope evangelica odierna notiamo che l’evangelista presenta Bartimeo, il personaggio centrale del testo, con accuratezza di particolari: cieco, seduto, mendicante, figlio di Timeo. Bartimeo è uno che sta ai margini della strada: è un emarginato. È seduto ai bordi della strada e chiede l’elemosina; si potrebbe dire che è un rassegnato che vive della bontà altrui. Inoltre ha un mantello che copre la sua vergognosa condizione.

            Bartimeo sente Gesù che passa: ha la notizia del Signore, ma non ancora la fede in lui. Grida al Signore chiamandolo “Figlio di David”; elabora cioè la notizia in un qualcosa che può cambiare la sua vita radicalmente indicando il Cristo come il messia. Invoca la pietà del Figlio di David, perché riconosce che ha bisogno di quell’uomo. Gesù, che nel vangelo non si ferma mai, si ferma e ordina di chiamarlo e di condurlo a lui. Anzi, indica che proprio coloro che lo sgridano devono accoglierlo. I discepoli - sembra suggerire - devono accogliere e non emarginare. Bartimeo allora getta via il mantello, butta via tutte le piccole sicurezze che ha per aderire ad una sicurezza più grande: il Signore. Gesù non opera nulla ma dice solo: «Va’, la tua fede ti ha salvato!»: infatti è la fede di Bartimeo che fa tutto quanto e che lo rende un uomo che ha tutte le condizioni per seguire Gesù.

            Il vangelo di Marco è un progressivo passaggio dalla cecità alla vista e il racconto della guarigione di Bartimeo ne è un esempio lampante. Più che un semplice racconto di miracolo, ci troviamo di fronte a un racconto di vocazione, di vocazione però mediata. Infatti Gesù non chiama Bartimeo direttamente, ma lo fa condurre a sé dai discepoli. Il Signore chiama Bartimeo a guarire attraverso la Chiesa. La storia di questo cieco è infatti la nostra storia di chiamati a conversione attraverso la mediazione della Chiesa. Sappiamo inoltre come ancora oggi un altro elemento che appartiene alla Chiesa è la persecuzione, che nel brano letto viene indicata dal momento in cui gli altri vogliono ammutolire Bartimeo. Il mondo - lo sappiamo bene - vuole rendere muta la Chiesa. Ma il grido di Bartimeo è un grido che sale da tutta quella gente che vuole credere nel Figlio di Dio.

            Per chi è nelle tenebre non è difficile scorgere anche un piccolo lume. «Se in qualche modo avete elevato il vostro intimo per vedere il Verbo - scriveva sant’Agostino - e, abbagliati dalla sua luce, siete ripiombati nei comuni pensieri mortali, pregate il medico che vi dia un collirio efficace, e cioè i precetti della giustizia».

 

 

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 10,35-45)

Alla destra e alla sinistra" – Introduzione alla Lectio Divina su Mc 10,  35-45 – Tuttavia

SERVIRE È REGNARE

           

            Lungo la strada verso Gerusalemme Gesù cammina davanti ai suoi discepoli e, in disparte, parla ai Dodici di ciò che gli sarebbe presto accaduto. Come già Pietro aveva reagito di fronte al primo annuncio della passione, così ora Giacomo e Giovanni reagiscono al terzo annuncio. Anch’essi aspirano a un primato, desiderando occupare i posti d’onore alla destra e alla sinistra di Gesù, una volta seduto sul trono della sua sovranità. E di nuovo scoppia una contesa fra i discepoli ed è comprensibile che gli altri dieci se la prendano con l’arrivismo dei due figli di un pescatore.

            Non fanno certamente una bella figura questi discepoli che dovranno compiere ancora molta strada per capire il cuore del mistero. La comunità sembra sgretolarsi: più Gesù interpreta il suo cammino come offerta della vita, più i suoi litigano e rompono l’unità. Con la sua risposta Gesù smaschera la mentalità troppo umana dei due discepoli: non hanno capito che, seguendo Gesù, era stata loro additata la via che conduce alla passione ed alla morte prima di giungere con lui “nella gloria”.

            Ai due figli di Zebedeo, che chiedono un’attenzione privilegiata (“sedere nella gloria”), egli può offrire solo “un calice” e “un battesimo”, segni di una sofferenza a costo di una vita. La gloria è dono del Padre; il “calice” dell’amarezza non si conquista: si beve nella fede. Il potere deve rimanere nelle mani del Padre (sulla croce, a destra e a sinistra, ci saranno in realtà due malfattori, mentre i discepoli fuggiranno!).

            Agli altri dieci discepoli, che si indignano (non perché rifiutano la logica del potere, ma perché vorrebbero loro i posti e si sentono scavalcati!), Gesù dice che non devono auto-ingannarsi sul regno di Dio: esso è uno spazio in cui non si fa carriera, ma in cui si impara a morire a se stessi trasformando il desiderio di dominio in servizio.

“Servire è regnare”, diceva Ireneo di Lione. Principio di base della carta costituzionale della Chiesa è infatti che ciascuno è il servo di tutti gli altri: chi ha autorità nella comunità non è padrone, ma servo. Lo aveva ben capito Silvano del monte Athos che scrive: “Quando ho cominciato a conoscere il Signore, per mezzo dello Spirito, allora ho cominciato a considerare tutta la gloria del mondo come fumo che il vento disperde”.

 

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 10,17-30)

Il Vangelo della Domenica | TusciaTimes.eu (.it)A DIO TUTTO È POSSIBILE

            Nella odierna pagina evangelica si possono distinguere sostanzialmente due parti: la parte dell’incontro dell’uomo ricco con Gesù e la parte della riflessione di Gesù, integrata dall’interrogativo di Pietro. L’evangelista racconta che un tale, pieno di entusiasmo e di generosità, corre incontro a Gesù e si butta ai suoi piedi interrogandolo: “che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù prima di rispondergli, cerca di renderlo consapevole delle implicazioni esistenti all’interno del suo atteggiamento e delle sue parole e gli ricorda i comandamenti della seconda tavola della legge. Il tizio gli fa notare di aver custodito questi comandamenti fin dalla sua giovinezza. A questo punto Gesù considera la situazione dell’uomo che ha davanti a sé una situazione ottimale ad accogliere la chiamata da parte di Dio. Marco annota infatti che Gesù lo “guardò dentro” e lo amò rimanendo meravigliato per l’onestà, il candore, la sincerità di quell’uomo. Allo stesso tempo gli comunica che è chiamato a qualcosa di più dell’osservanza dei comandamenti: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo”. Il modo cioè concreto con cui quest’uomo può ottenere il tesoro è la sequela di Gesù, spogliandosi di tutto quello che ha. L’amore di Gesù non è sufficiente a strappare quel ricco dal suo attaccamento alle ricchezze-sicurezze: egli alla fine manifesta il volto del discepolo mancato e triste. La risposta negativa rattrista anche Gesù, il quale però contrappone in qualche modo al rifiuto del ricco l’accoglienza generosa di coloro che ha davanti a sé. Intorno a sé Gesù ha il cerchio dei suoi discepoli più immediati, il cerchio dei discepoli che sono seduti ai suoi piedi. Gesù li richiama all’esperienza di gratuità che hanno fatto nel momento stesso in cui sono stati guardati e chiamati a lui e li porta alla constatazione: “vedete, impossibile agli uomini, ma non impossibile a Dio. Infatti tutto è possibile a Dio”. Così Gesù orienta verso Dio lo sguardo dell’uomo, che nella sua impotenza può solo disperare. Egli deve prendere profondamente coscienza della propria inadeguatezza; ma insieme gli viene aperto anche l’orizzonte: l’uomo può e deve sapere della potenza di Dio.

 

 

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 10,1-16)

IL LIETO ANNUNCIO DI UN AMORE PERENNE

 

Liturgia quotidiana, Il Vangelo del giorno con il commento Mese di Ottobre  2021 - Vangelo di oggi, - Commento al Vangelo di Ogni Giorno - Commento al  Vangelo, Commento al Vangelo di         

            Per la prima volta Gesù entra nel territorio della Giudea, oltre il Giordano: la sua strada porta verso la passione a Gerusalemme. Lungo la via alcuni farisei gli chiedono, volendo chiaramente tendergli una trappola, se sia lecito a un marito ripudiare la moglie. Essi hanno in mente la legge di Mosè a riguardo (cf. Dt 24,1) che intendono come un permesso di divorzio; Gesù invece chiarisce che si tratta di una prescrizione per regolare un caso sorto per la loro durezza di cuore. I farisei parlano di “permesso”, nella logica di chi cerca le maggiori concessioni possibili e un motivo per auto-giustificare il desiderio di sciogliersi dai legami coniugali con libertà. Gesù si concentra invece sul progetto iniziale: a lui interessa la volontà di Dio, che si trova a un livello più profondo, dove emerge ciò che permette a un uomo e una donna di diventare una cosa sola (“all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina”).

            In disparte, a casa, i discepoli tornano sul problema e lo interrogano. Nella sua risposta notiamo che Gesù pone uomo e donna sullo stesso piano. Nel cammino del dono di sé che egli stesso sta proponendo non c’è supremazia dell’uomo sulla donna: entrambi sono responsabili dell’amore reciproco. Uomo e donna sono immagine di Dio: ognuno deve prendersi cura dell’altro. Due esseri umani sono capaci di amarsi per sempre: questa è la buona notizia! Il cuore va liberato dalla legge del possesso per vivere con fiducia la relazione di coppia. Il matrimonio alla sequela di Cristo è dono di sé e della propria vita. Gesù offre il lieto annuncio che l’amore pieno è possibile, perché in Gesù Cristo si realizza la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo.

            Dopo questa discussione sul divorzio, il vangelo riferisce che a Gesù vengono portati dei bambini. Il fatto che i suoi discepoli sembrano essere infastiditi da tale gesto provoca un forte sdegno nel maestro. Allo scopo chiarisce con la sua parola e il suo gesto quanto consideri preziosi i bambini e quanto egli sia diverso dai suoi discepoli. Solo coloro che si riconoscono bambini, cioè incapaci e incompetenti - secondo la mentalità dell’epoca -, sono in grado di accogliere e di entrare nel regno di Dio, perché l’unico atteggiamento possibile è quello della fiducia totale in lui.

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 9,38-43.45.47-48)

E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via - il Dolomiti

LO SPIRITO SOFFIA DOVE VUOLE

            Nella pericope odierna l’evangelista menziona un colloquio privato tra Gesù e i suoi discepoli. Il racconto è infatti ambientato in casa. Giovanni, che è uno dei tre più vicini a Gesù, racconta un’esperienza che essi hanno avuto: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Come si vede, l’impedimento al compiere l’esorcismo è dato dal fatto che questo tizio non era membro del gruppo dei discepoli.

            Gesù dà altri criteri di valutazione e corregge i suoi discepoli: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi». Dicendo questo egli riconosce che anche altri, al di fuori della sua cerchia più stretta, possano perseguire le stesse finalità da lui proposte ai suoi discepoli. Il fatto che essi facciano uso del suo nome indica la loro sintonia con il suo messaggio. Nei loro confronti egli richiede la massima apertura e disponibilità, perché l’impegno per il regno di Dio si manifesta anzitutto nella capacità di lottare contro il potere del male in stretta collaborazione con tutti coloro che perseguono le stesse finalità. La stessa apertura viene raccomandata ai discepoli nei confronti di quanti, chiunque essi siano, danno da bere anche solo un bicchiere d’acqua ai discepoli nel nome di Gesù e proprio per la loro qualifica di discepoli.

            Allo stesso tempo il Maestro insegna concretamente ai discepoli come considerare il rapporto con chi non è dei loro e come agire in questo ambito: mette in guardia dallo scandalizzare, ossia dall’indurre in errore, soprattutto i piccoli, cioè le persone comuni e semplici. E quanto questo modo di agire sia cattivo, Gesù lo spiega in modo drastico (attraverso un discorso cosiddetto iperbolico) a chi se ne rende colpevole. Chiaramente Gesù non esige dai suoi che siano perfetti, ma piuttosto che sappiano ritornare sempre a ciò che costituisce il fulcro del suo messaggio, senza scendere né in teoria né in pratica a compromessi con la mentalità di questo mondo. In gioco c’è la fine del cammino, il destino definitivo dell’uomo: o egli entrerà nella vita, nel Regno di Dio, oppure la sua meta è il fuoco inestinguibile.

            Commenta così queste parole di Gesù il card. Martini: «Apre le porte a Cristo chi si mette nella sua posizione, chi impara ad amarlo e ad amare con Lui e in Lui ogni altro uomo, ogni altro gruppo, razza e popolo. Le porte chiuse a Cristo sono quelle del razzismo, delle diffidenze, delle chiusure mentali, l’entrare nella ruota dannata delle contrapposizioni, per cui io non posso definirmi se non contro qualcuno».

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 9,30-37)

Io e un po' di briciole di Vangelo: (Mc 9,30-37) Il Figlio dell'uomo viene  consegnato. Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti.

"CON UN CUORE DA “PICCOLO”

 

            Dopo la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, Gesù inizia ad insegnare ai suoi discepoli cosa significa andargli dietro sulla strada verso Gerusalemme. Egli attraversa in incognito la Galilea e, per la seconda volta, annuncia la passione-morte-risurrezione del Figlio dell’uomo; a Cafarnao, in casa, chiede conto di una discussione tra i discepoli lungo la strada e, con un bambino in braccio, offre nuovi insegnamenti sulle modalità della sequela.

            È curioso notare come questi pochi versetti menzionano i tre spazi principali del vangelo di Marco: “Cafarnao”, luogo degli inizi, la città in cui Gesù svolge il suo ministero; la “casa”, luogo in cui avvengono le conversazioni intime e istruttive, luogo della catechesi comunitaria; la “via”, luogo in cui i discepoli imparano a seguire Gesù verso Gerusalemme.

            In questo contesto Gesù chiede ai discepoli di che cosa avevano discusso «lungo la via». La domanda di Gesù è accolta da un silenzio imbarazzato: «Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande». I discepoli sanno di aver affrontato un tema non certo gradito a Gesù, quello cioè di chi tra loro dovesse essere considerato come primo. Sotto sotto sperano sempre di poter ricavare privilegi e gloria dal loro coinvolgimento nel gruppo di Gesù.

            «Allora, sedutosi - dice il v. 35 - chiamò i Dodici e disse loro: Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti». Sedendosi, Gesù assume l’atteggiamento tipico del maestro, e si rivolge espressamente ai Dodici, che hanno condiviso con lui la missione e che in seguito avranno un ruolo direttivo nella comunità: anche qui il suo insegnamento è rivolto alla chiesa di tutti i tempi, e in modo speciale ai suoi capi. Smaschera la logica del migliore a favore di quella del primo che si fa servo di tutti. Ed esprime questo attraverso un gesto molto simbolico: mette in mezzo al gruppo un bambino che sta a significare che discepolo e servo è colui che sa accogliere i deboli. Il bambino è qui infatti colui che è in condizioni di dipendenza, esattamente come uno schiavo.

            Un piccolo in braccio guarisce dalla voglia di concorrenza per arrivare primi, e ci fa assumere quello stile che porta a prendersi cura di chi non conta. Un piccolo in mezzo educa a moderare la voglia di conquistare o possedere gli altri. Un piccolo al centro premunisce dalla logica di ferire coloro che sono più deboli nell’affrontare la vita.

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 8,27-35)

Pietro rispose a Gesù: «Tu sei il Cristo» - il Portico

L’EQUIVOCO DI CESAREA

 

            Il brano evangelico di questa domenica rappresenta un punto di svolta nel vangelo di Marco: è collocato infatti quasi al centro della narrazione e pone l’importante questione dell’identità di Gesù.

            Il maestro si incammina per recarsi nei villaggi intorno a Cesarea di Filippo e in questo luogo rivolge le sue domande ai discepoli. Innanzitutto chiede: “La gente, chi dice che io sia?”; sembra però che non gli interessino particolarmente le opinioni degli altri e voglia in realtà solo preparare e provocare un contrasto.

            La seconda domanda, quella forse più importante che Gesù pone in tutto il vangelo, è propriamente rivolta ai discepoli, a coloro che hanno seguito e dunque conosciuto il maestro durante il suo ministero in Galilea: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro risponde anche a nome degli altri e per la prima volta dice chiaramente quello che i lettori sanno fin dall’inizio: “Tu sei il Cristo”, tu sei cioè il re che Dio dona al suo popolo, il re che si occupa come un pastore di questo popolo, conducendolo alla pienezza della vita. Pietro ha risposto davvero bene. Tuttavia è necessario che sia lui che gli altri comprendano veramente a quale tipo di messianicità il loro maestro si riferisce. Per questo Gesù sente subito il bisogno di precisare: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto…”. È la via della croce che completa il discorso, chiarificandolo. Non basta dire qualcosa di vero su Gesù per parlarne in modo appropriato. C’è sempre il rischio di fraintendere. Infatti Pietro diventa subito dopo un “satana”, cioè un ostacolo al cammino stesso di Gesù, perché pensa a un messia a misura sua, secondo una logica del tutto umana. Pietro è scioccato ed estremamente deluso. Non accetta questo destino-vocazione di Gesù e vuole stravolgere la logica del discepolato. Ha la pretesa di mettersi lui stesso davanti a Gesù, che è costretto ad ammonirlo: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu pensi secondo gli uomini”. La sottile tentazione di Satana è il tentativo di distogliere dalla via tracciata da Dio (la via della croce) per sostituirla con una via elaborata dalla saggezza degli uomini.

            In questo modo, grazie a Pietro, accogliamo l’insegnamento di Gesù sul nucleo profondo dell’identità del discepolo: chi vuole liberamente seguire Gesù deve smettere di porre se stesso come criterio di misura, fare la scelta personale di giocarsi tutto per appartenere a Cristo (la sua croce) e mettersi in relazione permanente con lui (seguirlo).

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 7,31-37)

Io voglio la tua guarigione, voglio la tua salvezza!” - Punto Famiglia

UNA NUOVA CREAZIONE

 

            La pagina evangelica di questa domenica ci presenta Gesù che lascia la zona di Tiro, città della Fenicia, dove aveva guarito la figlia della sirofenicia, passa per Sidone e si dirige verso il mare di Galilea, ma invece di fermarsi in questa regione, si reca nella zona orientale (Decapoli) abitata anch’essa da popolazioni non giudaiche. Qui gli conducono un uomo, che è sordo e sa solo balbettare, perché egli imponga le mani e invochi la benedizione divina su di lui. Tale richiesta mostra chiaramente la fiducia di queste persone nel suo potere, ma credo sia importante notare una serie di gesti attraverso i quali Gesù procede e che manifestano molti aspetti particolari. Più che le parole infatti in questo racconto contano i gesti con i quali Gesù si prende cura di questo malato.

            Gesù prende da parte l’uomo e lo allontana dalla folla. Tocca gli organi privi della loro funzione: orecchie e lingua. Guarda il cielo - ad indicare che questo è un segno che viene da Dio e non da un potere umano - manda un sospiro e dice la sua potente parola. Il sospiro di Gesù indica la sua interiore partecipazione allo stato compassionevole di questo malato e l’unica parola che viene detta da Gesù è in aramaico: “Effatà! Apriti!”. Il successo segue immediatamente: l’uomo si apre, può udire e parlare. A questo punto egli impone il silenzio, ma ottiene esattamente l’effetto contrario.

            Come si può notare, sullo sfondo del messaggio biblico la guarigione di questo sordomuto ha una forte valenza simbolica. Non per niente quelli che sentono annunciare tale fatto esclamano: «Ha fatto bene ogni cosa!». Chi ha un po’ di familiarità con la Bibbia si accorge subito che questa frase si ispira da una parte al racconto della creazione dove si sottolinea più volte la bontà delle cose fatte da Dio («... e vide che era cosa buona»), e in modo speciale dell’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza («vide che... era cosa molto buona»); d’altra parte queste parole alludono al testo della prima lettura in cui è già presente lo stile e il messaggio del Deuteroisaia: «...si schiuderanno gli orecchi dei sordi... griderà di gioia la lingua del muto»). Per l’evangelista Marco la guarigione del sordomuto, così come un giorno il ritorno dall’esilio, rappresenta una nuova creazione.

            Il cardinale Carlo Maria Martini nella lettera pastorale del 1990-1991, “Effatà, Apriti”, scrive che «in quest’uomo, che non sa comunicare e viene rilanciato da Gesù nel vortice gioioso di una comunicazione autentica, noi possiamo leggere la parabola del nostro faticoso comunicare interpersonale, ecclesiale, sociale… Il comunicare autentico non è solo una necessità per la sopravvivenza di una comunità civile, familiare, religiosa. È anche un dono, un traguardo da raggiungere, una partecipazione al mistero di Dio che è comunicazione».

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 7,1-8.14-15.21-23)

IL CULTO DELLE LABBRA E DEL CUORE

Gesù, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani per i cinquemila nel deserto, presenta se stesso come quel vero nutrimento spirituale dono di Dio di cui l’uomo ha bisogno per la sua vita. Ma a Gesù che si presenta come pane risponde la cecità e la durezza di cuore non solo degli avversari ma anche degli stessi discepoli incapaci di riconoscere e accogliere il suo dono.

Il brano odierno, dallo stile profetico, presenta alla comunità cristiana una diatriba tra Gesù e gli scribi e farisei venuti da Gerusalemme. I farisei sono coloro che pongono tutte le loro energie a servizio dell’osservanza scrupolosa e inoppugnabile della legge. Gli scribi sono invece coloro che studiano la legge e la conoscono in ogni sua sfumatura. Chi più di loro può sentirsi autorizzato nel denunciare ciò che allontana dalla retta pratica della fede?

L’antitesi legge/vangelo, che accompagnerà anche la storia della comunità cristiana (cfr At 15,5ss), emerge nel nostro testo violentemente. Il motivo del conflitto è causato dal comportamento dei discepoli che «prendevano cibo con mani immonde» cioè “non lavate”. Il significato di questa norma non è solo e anzitutto questione igienica: per il pio israelita è soprattutto invito a riconoscere che quel cibo è dono di Dio, e quindi va consumato con il rispetto e la venerazione nei confronti del donatore. Il significato della norma era perciò aiutare a “fare memoria”, nel dono del “pane”, dell’alleanza con Dio. Ma ora il pane è Cristo stesso, ed è lui che discepoli, farisei e scribi sono chiamati a riconoscere come dono di Dio. Tutto il resto dovrebbe passare in secondo piano: anche la legge santa! Ma questo non accade, e il motivo è semplice: la cecità e la durezza del cuore di tutti.

Farisei e scribi, che hanno ben coscienza del peso della loro autorità in mezzo al popolo, si scandalizzano di Gesù. Non è egli chiamato rabbi? Perché non interviene, come suo dovere, a favore della legge? Se Gesù fosse realmente un rabbi rispettoso della legge non dovrebbe permettere questo.

A questa rigida presa di posizione degli avversari Gesù risponde con la citazione di Isaia 29,13. E citando i profeti, egli si colloca nella loro linea di severa accusa nei confronti di un culto ormai decaduto perché solo esteriore. L’antitesi posta dal testo di Isaia è tra culto delle labbra e del cuore, ovvero tra culto esteriore e interiore. Giungiamo al v. 8 al nucleo centrale della denuncia fatta da Gesù: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». L’uomo “religioso” (da intendersi come l’uomo non ancora evangelizzato) corre sempre il tremendo rischio di porre al primo posto la legge con la quale ricercare la propria giustificazione. Gesù porta quindi un esempio limite con il quale dimostra concretamente come la legge, e l’interpretazione che ne fa la tradizione “degli antichi”, diventa occasioni di subdola ipocrisia. È l’abile malizia del cuore indurito per cui la legge “santa” si trasforma in sottile strumento per eludere la verità e le esigenze autentiche della religione “del cuore”.

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